Batman V Superman: Dawn of Justice – la recensione

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Coniugare l’introspezione e il tormento dei personaggi con degli strabilianti effetti visivi. È quanto già fatto da Zack Snyder con Sucker Punch, sottovalutato viaggio attraverso gli incubi di un’adolescente abusata, e che ora si ripete in questo Batman V Superman: Dawn of Justice. Un racconto allucinato, mai completamente illuminato, dritto all’interno dei tormenti dei supereroi maggiori dell’universo dei fumetti a stelle e strisce. Batman e Superman, il superuomo e il dio, il nero e il colore. L’uno mosso dalla vendetta, l’altro dalla gratitudine verso un mondo che lo ha accolto. È il dualismo al centro dell’intera vicenda, quello di due eroi diversi eppure simili, non solo per i mantelli che cadono tremendamente bene sul costume. Ci sono anche Lex Luthor e Wonder Woman, è vero. Ma al posto del giovane Lex avrebbe potuto esserci qualsiasi altro supercattivo e Wonder Woman qui conta poco o niente nell’economia della vicenda. Ciò che muove tutto è il disincanto, il senso d’impotenza da parte degli eroi più potenti del mondo. La consapevolezza di essere nel giusto che rende ciechi di fronte ai propri errori, ma sempre attenti agli sbagli dell’altro, alle sue responsabilità e alle sue conseguenze, pronti a puntarsi il dito a vicenda, a recriminarsi le diversità e i limiti.

Come i politici. E sotto di loro, troppo impegnati a vincersi mentre tutto letteralmente viene distrutto, c’è il popolo innocente che ne fa le spese.

Non c’è mai visione d’insieme, niente campi lunghi mentre i due lottano. Siamo dentro, siamo nelle loro teste, vediamo con i loro occhi, sentiamo assordati i frastuoni, non possiamo avere una visione d’insieme. Non sappiamo perché, ma sentiamo che è giusto. Bisogna sorvegliare l’altro, perché troppo potere nelle mani di uno solo non è mai un bene.

Snyder e i suoi sceneggiatori non cedono alla tentazione di un cinecomic per tutti: scelgono di rivolgersi a un pubblico più adulto, riducono i dialoghi a frecciate al vetriolo, chiamano il pensiero di chi guarda, non si dilungano in improbabili spiegoni diretti ad adolescenti che un fumetto non lo hanno mai preso in mano. E nonostante tutto non è la fedeltà assoluta al testo a guidarli, ma poco importa. Lo spirito di Batman, il suo cinismo, il suo disincanto, sono finalmente vivi sul grande schermo. Superman è il dio piangente che scopre di non poter essere onnipotente, soprattutto perché ama una donna più del resto del creato. Due città mitiche, separate da una sottile lingua di mare. Perché nei miti fondanti le distanze non contano, i luoghi sono agorà delle gesta degli eroi e possono trovarsi in ogni luogo.

OK, Lex Luthor non è calvo, Jeremy Irons è troppo giovane per essere l’Alfred di un Bruce Wayne invecchiato e Wonder Woman è poco più di una figurina trovata negli stick di gomma da masticare. Ma ci sono loro, i due colossi, due monoliti, che si scontrano per capirsi, senza bisogno di spiegarsi, perché fra semidei funziona così. Ben Affleck è stato Daredevil nel dimenticabile omonimo film, ed è stato anche un Superman televisivo in Hollywoodland. Ora è Batman. Forse il primo Batman cinematografico, poiché prima tutti gli altri, nessuno escluso, si sono concentrati troppo sui villain per preoccuparsi di approfondire la darkness nel suo cuore.

È la darkness la vera protagonista di Batman V Superman. Un’oscurità che non viene sconfitta perché è anche dentro i due protagonisti, che può solo venir dissipata provvisoriamente come la nebbia da qualche raggio di sole. Il combattimento arriva, come necessario in un film del genere, ed è la cosa meno interessante del film. “Dimmi, tu sanguini?”, chiede Batman a Superman. La diversità, la divisione, i popoli e l’invasione. Leggete tra le righe: c’è la storia del mondo.

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