Chiamami col tuo nome: la poesia del desiderio

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“Mi piace come dici le cose. Non capisco perché ti sminuisci sempre, però”

L’irrequietezza di un’estate molle, del tempo che passa veloce come la goccia in una fleboclisi, il dolce tormento autoinflitto nel desiderare qualcosa e sempre rimandarlo. Forse è questa la chiave che fa ruotare il meccanismo di Chiamami col tuo nome. O forse è una delle tante. Dopo essere stato presentato alla Berlinale e candidato a tre Golden Globe, il film di Luca Guadagnino prende anche quattro nomination agli Oscar, e non è difficile comprenderne la ragione.

Adolescenza, amore, l’estate che tutto rende possibile, ma che è destinata a finire come i sogni, e quell’Italia che tanto piace agli americani in vacanza, ma finalmente portata sullo schermo in tutta la sua lussuriosa bellezza senza essere una stucchevole cartolina. I paesi di montagna, nostro inestimabile patrimonio, con i ragazzi che vengono da ogni dove e cementano amicizie irripetibili, che pur provenienti dalle città abbracciano una vita bucolica fatta di bagni nell’acqua gelata e di frutti appena staccati dagli alberi. Abbiamo un regista di cui andare fieri, eppure molti, chi scrive compresa, se ne sono accorti solo dopo che Hollywood ce lo ha fatto notare.

Proviene da una famiglia borghese, Luca Guadagnino; non fa nulla per essere ciò che non è, anche con il rischio di infastidire, con i discorsi culturali, la famiglia che legge poesie, trascrive musica classica, si strugge per la morte di Buñuel, mentre la servitù pensa a tutto e consente loro di starsene su dondoli e divani a speculare. Eppure è anche questo a rendere tutto così reale. Nelle intenzioni del regista, Chiamami col tuo nome chiude un’ideale “trilogia sul desiderio”, pertanto non poteva che lanciarsi senza rete su un romanzo come quello di André Aciman. Una storia delicatissima, la formazione di un giovane che è troppo intelligente e stimolato da due genitori che lo amano e lo stimano per davvero per escludere qualunque possibilità nella sua vita. Un gioco di sguardi colmi di domande e di desideri inespressi, i silenzi, i gesti che per il resto del mondo non hanno alcun significato, tocchi leggeri e finte casualità. Elio si innamora di Oliver, il ventiquattrenne pupillo di suo padre professore. Oliver lo era già, forse dal primo istante.

Guadagnino strizza l’occhio alle estati d’amore di Ingmar Bergman, ai colori di Bernardo Bertolucci, al cinema francese, a tutto ciò che lo ha nutrito finora. Fagocita e rielabora, in una poesia del desiderio, che non scinde mai l’amore dalla passione, la pulsione sessuale dal sentimento. Racconta qualcosa di completo, che non mette barriere a nulla, che inquieta il giovane Elio e insieme lo fa crescere e progredire. Lui che esce dalla sua “comfy zone”, che avrebbe potuto accontentarsi di una bella amica adorante, pronta lì a donarsi, ma che invece mette in gioco la posta più alta, il suo cuore, cosciente che soffrirà, ma che nel frattempo sarà magnifico godersi il viaggio.

Arnie Hammer (già prestato a progetti italiani con Mine), ma soprattutto il giovane Timothée Chalamet fanno respirare il desiderio, il sottile piacere di rimandare sempre un poco, fino allo sbocciare nel momento in cui la fioritura sarà piena. Amore omosessuale, differenza di età, ruolo sociale e religione ebraica. L’ostacolo dei genitori a cui far accettare questo amore superato a priori dalla loro apertura mentale, da quel padre che siede accanto ad Elio e pronuncia quel discorso che ogni figlio avrebbe voluto sentire. E un erotismo poetico, mai volgare, che arriva al culmine come prima di un orgasmo quando è accompagnato dal sentimento, che riempie gli occhi ed è universale ed eterno, come le statue antiche a cui viene didascalicamente paragonato.

Sullo sfondo gli anni Ottanta e l’Italia di Craxi, il Jolly Invicta e l’adolescenza, quel periodo della vita della cui esistenza ci si accorgeva solo allora. C’è tutto nello script firmato da James Ivory. Ce ne vorrebbero tanti di film così nel nostro cinema. Eccome, se ce ne vorrebbero.

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