Conversazione con Sergio Bonelli

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Sergio Bonelli se n’è andato il 26 settembre del 2011. E ancora ci manca tantissimo. Manca moltissimo a me e a Boris Sollazzo, con cui in un torrido giorno di luglio del 2009 intrapresi un avventuroso viaggio Roma-Milano per coronare un sogno.

IN MEMORIA DI SERGIO BONELLI

Il sogno era quello di intervistare Sergio Bonelli, l’uomo che ha reso povere le nostre tasche e ricchissime le nostre vite, grazie a Dylan Dog, Tex, Nathan Never, Mister No, Zagor, Julia, Legs Weaver, e tutti gli altri grandi eroi dell’universo della Sergio Bonelli Editore. Il sogno fu realizzato, nonostante una nostra ora di ritardo perché ci eravamo persi per Milano. Sergio Bonelli ci aspettò e poi chiacchierò con noi due ore, in compagnia del suo fido Mauro Marcheselli. Ci aveva capiti subito Sergio, aveva capito che per noi essere lì era tutto quello che volevamo, e fu generoso, come potete leggere nelle prossime pagine. Alla fine, dopo un giro tra le stanze, e soprattutto le pareti degli uffici di Via Buonarroti, tappezzati di pezzi unici dedicati a Sergio a opera dei più grandi fumettisti e artisti del mondo (tutti, proprio tutti, da Pratt a Smithe, passando per manara Barks e Rosa), ci ha regalati una pila di fumetti di albi che ancora dovevano arrivare in edicola. Li abbiamo letti su una panchina appena usciti. Era la magia di Sergio Bonelli. Quella di far fermare il tempo per 94 pagine.

Partiamo da Graystorm: com’è nata l’idea di questa nuova miniserie?

Come per  le altre miniserie e per quelle che arriveranno. Non ho più la pretesa di sapere cosa piace oggi. Vedo tanto cinema, leggo molti fumetti, ma ho l’umiltà di rivolgermi ai miei collaboratori più giovani, delle cui scelte mi fido, e non è detto che tutto mi piaccia, e finisce che va in edicola qualcosa che vent’anni fa mai avrei approvato. Inoltre la miniserie è più facile da accettare, perché costa meno e non è rischiosa come un personaggio che va avanti all’infinito.

Quindi in realtà sono gli autori a non voler rischiare, non l’editore…

Diciamo che l’alibi della miniserie non lo capisco. Se un film è bello, son ben felice di rimanere al cinema un’ora in più, mentre se è brutto ho voglia di uscire prima. Lo stesso vale per il fumetto: se mi piace, voglio che mi accompagni a lungo.

Eppure le miniserie uscite fino a questo momento hanno portato comunque delle belle soddisfazioni…

Volto nascosto l’ho amato molto, raccontando una di quelle guerre dimenticate e ignorate dagli italiani, un argomento che mi ha sempre molto interessato. I francesi sono andati avanti con Jean Gabin per anni, forse anche con il nostro marsigliese Demian potevamo provarci.

Ci sarà però uno speciale di Demian…

Lo speciale non è lo stesso, noi lettori di fumetti amiamo lo stillicidio della periodicità precisa: come le medicine, li leggiamo lo stesso giorno. Anche la bimestralità mi fa soffrire.

Quanto è importante il rapporto con i suoi autori e i suoi collaboratori nella scelta dei temi e dei personaggi?

Io sono il primo lettore, non l’editore onnisciente. Se io non capisco qualcosa, chiedo a loro, ponendo il dubbio che quello che non arriva a me non arriva neanche agli altri. Dopo tanti anni, felici per fortuna, abbiamo inanellato anche qualche bel flop, ricordo Gregory Hunter per esempio. E le miniserie nascono anche da questo, ma anche grazie anche ai nostri successi sono più disposto ad accettare i fallimenti. Lavoro qui dal 1957, accetto il rischio. Dicono che non sbaglio mai, la verità è che quando lo faccio nessuno dice niente: il mio mestiere è prendere dei rischi, e non addossarli a chi lavora per me. Però sono anche un pigro, quando azzecco il personaggio giusto mi piacerebbe adagiarmici, che mi faccia compagnia. Qui lo stress è continuo, una miniserie dopo l’altra.

Negli ultimi tempi, poi, molte serie hanno chiuso o stanno per…

Una serie che chiude è sempre un po’ un lutto, ma a volte è anche bello. Penso a Magico Vento: Manfredi con coraggio e onestà ha ammesso che non aveva più molto da dire, proprio mentre io, che lo leggevo sempre, cominciavo a intuirlo. Certo sarebbe una tragedia, anche economica, se chiudessero Tex e Dylan Dog, ma magari a quel livello di vendite e creativo si può arrivare con un altro personaggio. Oppure succede come con Ambrosini e Napoleone, che mi piaceva ma le vendite erano di nicchia, diciotto-ventimila copie. Da imprenditore avrei dovuto chiuderlo dopo due anni e mezzo, come avrebbe fatto mia mamma che faceva ancora i conti con la matita, invece che dopo dieci. E adesso gli abbiamo dato una nuova possibilità con Jan Dix. Perché chi lavora qui ha sempre una possibilità di rivincita. Vale anche per Antonio Serra, che meritava una nuova sfida da solo dopo Gregory Hunter per tutto quello che di bello ha fatto con Nathan Never.

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Alessandro De Simone

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