Halloween: ciò che non uccide, fortifica

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Michael Myers, Freddie Krueger e altri assassini seriali di quegli horror che piacevano a “noi”. Noi, cresciuti negli anni Ottanta, con un gusto collettivo oggi omaggiato in brutte copie nostalgiche, tanto per citare Ritorno al futuro parte seconda. Halloween – La notte delle streghe però era un classico già tre anni dopo la sua uscita, con quella colonna sonora al pianoforte che è inconfondibile e che nella testa di chiunque abbia superato i trentacinque incute terrore quanto quella de Lo squalo. Un film piccolo, da vedere di sabato pomeriggio con gli amici e ciotole di pop corn sul divano. Un film perfetto, diretto da John Carpenter, pieno di sequel che nemmeno lontanamente si possono avvicinare al primo capitolo, inutili, vuoti di anima. Tanto inutili che Carpenter ha deciso di ignorarli.

40 anni dopo è ancora Halloween

Halloween – La notte delle streghe era figlio di un certo horror che andava crescendo nelle tecniche e negli argomenti trattati, spesso fine a se stesso, ma altrettanto spesso metafora di qualcos’altro. Ed è semplicemente bello che Halloween, esattamente quarant’anni dopo, riprenda gli stessi concetti e le stesse modalità, con Carpenter di nuovo al timone e Jamie Lee Curtis, allora esordiente assoluta, nonna-commando sempre più coriacea e ossessionata. È una Sarah Connor più attempata e con gli occhiali, la cita anche nel vestiario. Lei che è ossessionata da qualcosa a cui nessuno vuole credere, troppo sicuri come sono tutti che Myers non uscirà mai di galera. Lei a cui hanno tolto la custodia della figlia, la quale improvvisamente si ritrova a pensare che sua madre è pazza, proprio come John Connor.

Carpenter cancella tutti gli inutili sequel e riprende esattamente dove ci aveva lasciati nel 1978, non solo per quanto riguarda la trama, ma anche nel ripescare certi temi horror old style, certi cliché riposizionati, evidenti e sfacciati, ma che ancora funzionano, diamine se funzionano, perché sono dei classici. La dichiarazione di intenti è lampante sin dall’inizio, con i giovani ragazzi che riflettono sul fatto che Michael è considerato un pazzo psicopatico e pericoloso, ma che oggi succedono cose ben peggiori nella realtà di ogni giorno. Ciò che quaranta anni fa era terribile anche in un film, oggi è surclassato nel quotidiano. E allora, come provò a suggerire Tim Burton trent’anni fa con Beetlejuice, mostra il trucco, utilizza il cliché, che non invecchia mai, perché è un sempreverde. La babysitter inseguita che scivola perché indossa i calzini sul parquet, l’inciampo della bionda inseguita da serial killer… non è altro che l’omaggio supremo a quegli horror che hanno gettato le basi dello slasher. Ed è magnifica la commistione tra effetto visivo di cervelli sull’asfalto e la paura di ciò che non si vede perché è presenza al buio.

Halloween: I’m a Boogeyman

Nel buio si annida l’uomo nero, il Boogeyman, come viene spesso definito Michael Myers. Spauracchio che non dovrebbe far paura, secondo l’opinione diffusa. E che non viene mai mostrato in volto fino a che non indossa nuovamente la sua maschera. Ma Laurie sa che l’incubo non è finito. In questo sequel, unico degno dell’originale, Michael assurge nuovamente a figura horror assoluta: un inesorabile assassino assetato di sangue, che lascia una scia di morti insensate dietro di sé, che si “aggiorna” all’orrore quotidiano di cui parlavamo sopra e ne uccide molti di più e senza un reale criterio.

Non gli interessa lasciare tracce, gli importa solo uccidere, fino ad arrivare a Laurie e alla sua progenie. Tre donne, di tre diverse generazioni, stesso sangue. Quel buon sangue che non mente, perché la Jamie Lee Curtis del 1978 non è mai stata una vittima, e tali non sono sua figlia e sua nipote. Sanno il fatto loro, hanno tre bei caratterini, conoscono il proprio valore e non hanno paura di rompere le palle. Il che, fino a prova contraria, è il diritto di ogni donna che abbia qualcosa da dire anziché starsene buona in un angolo o a strillare prima di farsi sgozzare. Halloween ha sempre avuto un bel ruolo femminile, completo e a tuttotondo, a differenza di molti altri slasher o altre saghe. Oggi ne ha ben tre: personaggi carpenteriani a tutti gli effetti, perché il western è anche qui alla base di tutto. È il duello finale, caro Michael: Laurie ti aspetta fuori.

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