L’ospite: il couchsurfing della vita

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L’ospite prima o poi lo incrociamo tutti. È quell’amico, stretto, ma magari neanche così tanto, che a un certo punto chiede se può essere accolto, per una notte, massimo due, non più di tre. Perché sai, ho un po’ di problemi, una crisi, poi magari passa, ma intanto meglio mettere una distanza, lasciare e lasciarsi spazio. E mentre dice queste cose, davanti una birra, una tazza di tè, lo si guarda, cercando di non far trasparire la compassione, la pietà, pensando che a te non capiterà mai. Finché non busserai alla sua porta in cerca di un divano.

L’ospite sei tu, ma ancora non lo sai

Sono stato l’ospite, più di una volta. Non escludo il ritorno, come diceva l’immortale poeta Califano. Succede, è la vita. Siamo tutti ospiti, senza distinzione di genere, anche se la percentuale maschile è tendenzialmente più elevata, e non sento lamentele dalle parti del #MeToo per questo. Siamo prima di tutto ospiti di questo mondo, lo cantava anche Faber, e come tali dobbiamo pagare il conto ogni tanto. In attesa di poter riscuotere anche noi quello che ci spetta. E ci aspetta. Tutto questo lo racconta molto bene Duccio Chiarini nel suo film, dal titolo L’ospite, guarda caso. Una coppia, apparentemente solida e felice, inizia a scricchiolare. Lei è insoddisfatta, l’Italia offre poco e il vuoto non sempre lo può riempire l’amore, talvolta serve di più. Quel “di più” occupa più spazio di quello che c’è. E quindi deve trovare un’altra sistemazione.

Inizia così l’omerico girovagare de L’ospite

Alla scoperta di crisi, segreti, tradimenti, paure, di cui diventa custode ed esecutore. Perché l’ospite deve assolvere il sacramento della confessione, per portare poi il fardello con sé, sul prossimo divano. E lo fa benissimo Daniele Parisi, novello Ulisse del cinema italiano, che dopo Orecchie si può considerare quale massimo interprete di un nuovo genere, il walk movie. Al suo fianco Silvia D’Amico, ormai non più promessa, ma solida realtà del nostro cinema.

L’ospite è una bella sorpresa

Uno di quei regali che apri con attenzione, ma senza svelarti in un colpo solo cosa nasconde la carta colorata. E quando scopri la confezione che da tempo speravi di avere tra le mani, ti senti meglio. Chiarini racconta, con misura e intelligenza, il disagio, se non il dramma, di una generazione perduta, trenta-quarantenni, passati attraverso due crisi economiche che sono diventate scusa e causa delle opportunità negate, della cronica delusione esistenziale e della conseguente depressione collettiva. Fuga o resistenza, queste sono le scelte, in ogni caso la felicità può essere a portata di mano, basta saperla riconoscere. È un film lucido, consapevole e importante L’ospite, che dopo il bel successo a Locarno Festival 2018, ha trovato spazio e consensi anche al Torino Film Festival 36. Se lo merita, e si merita anche che un distributore ci creda al più presto per portarlo in sala.

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Alessandro De Simone

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