Aquaman: siamo tutti bagnati

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Aquaman è l’ennesimo tentativo di costruire un universo DC Comics che possa contrastare l’egemonia Marvel nel mondo del cinema a fumetti. Un‘impresa che sembra impossibile, soprattutto per l’evidente impossibilità di trovare una linea da seguire con quelle che sono le due franchise più importanti, Superman e Batman, passati per troppe mani nel corso degli anni.

Paradossalmente, con quello che sulla carta doveva essere il personaggio più debole, arriva un film diverso dallo standard a cui si è stati fino adesso abituati. Merito di James Wan, regista che sul pragmatismo ha costruito una carriera. Merito della lunga militanza nell’horror, genere che dell’economia, narrativa e strutturale, ha primaria necessità. Il creatore di The Conjuring applica gli stessi concetti al blockbuster cinecomic, mettendo in scena un classico viaggio dell’eroe, scritto con il manuale omonimo di Christopher Vogler sempre aperto. Aggiunti elementi da generi sparsi, il gioco funziona, grazie anche a un roccioso protagonista che ha però carisma e magnetismo da vendere, evitando soprattutto di prendere tutto il baraccone troppo sul serio.

Aquaman, un supereroe molto umano

L’umanizzazione del personaggio è certamente la chiave principale, e molto del merito va attribuito a Jason Momoa, che già in Justice League aveva funzionato benissimo. Il suo Aquaman è un guascone, amante della birra e delle scazzottate, tra Bud Spencer e Indiana Jones, James Bond e lo Sparviero dei mari. Sarà un caso, e non lo è, fatto sta che nel momento in cui in DC si sono ricordati che esiste una tradizione cinematografica d’avventura a cui poter attingere, come d’incanto si sono risolti molti degli ancora numerosi problemi che attanaglia l’universo anti Marvel. Non è una formula universale, ogni personaggio ha una sua psicologia, ma almeno uno sembra essere stato costruito e risolto nella giusta maniera. Anche grazie a un contorno ricco, con attori solidi come Willem Dafoe, Nicole Kidman e soprattutto Patrick Wilson, fedele sodale di Wan che per una volta esercita il male invece di estirparlo dalle case infestate.

Certo, la parentesi “siciliana”, pur nel suo essere volutamente fumettistica e sopra le righe, è comunque agghiacciante. Amber Heard è bellissima ma poco altro. E come da moderna cinematografia, due ore e ventitré minuti sono difficilmente giustificabili e soprattutto appesantiscono un giocattolo che proprio dalla leggerezza dovrebbe trarre vantaggio. Ma visti i precedenti, da Suicide Squad a Batman vs Superman, adesso alla fine del tunnel c’è una luce. Basta che non sia il treno.

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Alessandro De Simone

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