Mai Stati Uniti: la recensione

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Carlo ed Enrico Vanzina sono un pezzo di storia del cinema italiano. Volente o nolente, per ereditarietà e per produzione, frequentano gli schermi nostrani, grandi e piccoli, da quarant’anni, spaziando tra i generi e creando format di successo. Due artigiani che nell’epoca della globalizzazione si sono trovati a essere dei non allineati, aggrappati a un cinema della tradizione purtroppo più alimentare che altro. E Mai Stati Uniti nè una conferma.

Cinque persone, tutte con differenti problemi e problematiche, scoprono di essere fratelli. Insieme si imbarcano in un viaggio per spargere le ceneri del padre nel Gran Canyon, e incassare poi la sospirata eredità. Dall’Italia alla Monument Valley succederà di tutto, e i cinque sconosciuti scopriranno di avere molte cose da poter condividere.

Rilettura nostrana del genere road comedy, Mai Stati Uniti non riesce però a prendere una direzione, ma più che i problemi di una sceneggiatura lacunosa, di una regia svogliata e senza ritmo, quello che manca è l’entusiasmo che i Vanzina Bros riuscivano a infondere nel loro cinema fino a qualche anno fa. I tempi di Amarsi un po’, Il cielo in una stanza e Sapore di mare, film che messi a confronto con le commedie odierne hanno ben più dignità e inventiva, sono lontani.

Il cast fa quel che può, si diverte e cerca di divertire, riuscendoci solo a sprazzi, soprattutto a causa del guastatore Giovanni Vernia, fenomeno televisivo che del cinema non ha tempi nė, almeno per ora, le capacità.

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Alessandro De Simone

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