Django Unchained: la D è muta

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Ora si può dire: Quentin Tarantino è un regista di genere. O meglio, di generi. O magari anche sui generis e degenere. I giochi di parole, banali e infantili, calzano a pennello per introdurre una corretta analisi di Django Unchained, capolavoro dal momento in cui fu accennato, idolatrato dagli integralisti dell’opera dell’autore di Kill Bill, meno innocui di un ultrà in un negozio di tubi d’acciaio, tappa epocale della storia del cinema per elezione divina.

La storia di Django, schiavo negro liberato dalle catene da un dentista tedesco che a causa della crisi economica si reinventa cacciatore di taglie, è una favola tradizionale, con il cavaliere senza macchia e senza paura che deve salvare la principessa dalla torre. Una struttura semplice che Tarantino rende apparentemente complessa grazie alla sua innata capacità di far fluire le parole e di affabulare lo spettatore con strutture dialettiche affascinanti quanto inutili. Una cifra stilistica che caratterizza tutto il cinema di Tarantino e che il Sommo Vate ha da tempo traslato nel discorso visivo, sempre più ricco e debordante, pieno di simboli, richiami, citazioni e piccole roberie che lo rendono più faticoso che piacevole, più noioso che cinefilo. Problemi che già affliggevano Bastardi senza gloria, giocattolone fumettistico che sfociava nell’autocompiacimento.

Django Unchained, invece, è semplicemente un divertissement che prende il western all’italiana come pretesto per poter costruire una struttura episodica da cui viene fuori un film vacuo, prolisso e neanche troppo brillante.

Come in Inglorious Basterds, l’approfondimento storico e politico è solo apparente e comunque accessorio, necessario per dare un’alta giustificazione a un gioco cinematografico artisticamente ribelle ma schiavo, lui sì, dell’essere a tutti i costi tale.
Detto ciò, molto meglio prendere Django Unchained per ciò che realmente è, un prodotto d’intrattenimento confezionato magnificamente, in cui la regia è il punto debole semplicemente perché coperta dall’eccellente lavoro del direttore della fotografia Robert Richardson, dai dialoghi a orologeria, soprattutto dalle magnifiche interpretazioni di Christoph Waltz e Leonardo DiCaprio. Purtroppo non mancano i difetti, a partire dagli “omaggi” forzati, dai continui zoom “molto Italia anni Settanta”, gioco che alla lunga diventa fastidioso, alla scena “rubata” a Mezzogiorno e mezzo di fuoco che dovrebbe mettere alla berlina il Ku Klux Klan, ma che non riesce ad avere la devastante carica sovversiva del miglior cinema di Brooks. Soprattutto, Django soffre un finale inutilmente dilatato e che lascia ben poco allo spettatore, se non l’usuale orgia di sangue, programmaticamente catartica nel suo eccesso, ma anche concettualmente inutile.
Ciò non toglie che Quentin Tarantino sia sempre un cineasta dal talento eccezionale che dovrebbe mettersi alla prova con la vera sfida per ogni regista che si rispetti: una commedia a tutto tondo. Perché far entusiasmare il pubblico facendo esplodere teste ai cattivoni è facile. Farlo ridere per bene è un’altra storia. E scoprire di saperlo fare potrebbe regalarci un autore davvero da attendere con ansia.

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Alessandro De Simone

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