Gambit: l’arte della truffa

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Scorrettezza politica: truffare i ricchi sfruttatori, se fatto bene, non dovrebbe essere considerato reato, ma una forma d’arte. Dal vendere la Fontana di Trevi a un arrogante americano (emigrante a onor del vero) a La stangata perpetrata ai danni del perfido Doyle Lonnegan, il colpaccio ha sempre il suo fascino. Lo sanno bene gli sceneggiatori hollywoodiani, che hanno costruito un genere raffinatissimo sui raggiri elevati a capolavoro.

I fratelli Coen, cineasti sopraffini, per molti versi hanno fatto dell’imbroglio una loro cifra stilistica, in prima istanza perché impegnando il loro talento nella maggior parte dei casi solo in minima parte e riuscendo comunque a raggiungere sempre livelli altissimi, hanno di fatto sempre truffato critica e pubblico. In secondo luogo, perché il loro è in generale un cinema del sotterfugio e della menzogna, sin dal meraviglioso esordio di Blood Simple.

In questo caso,  Joel ed Ethan si dedicano solo alla scrittura, lasciando la regia a Michael Hoffman, regista discontinuo ma che ha nelle sue corde il ritmo potenziale della messa in scena dei fratelli terribili. L’occasione è il remake di una commedia romantica degli anni Sessanta, Gambit, all’epoca interpretata da Michael Caine e Shirley McLaine.

Harry Dean è un esperto d’arte al soldo del terribile tycoon della comunicazione Lionel Shahbandar (un sempre elegante Alan Rickman in versione Rupert Murdoch). Vessato dal suo datore di lavoro, il timido Harry vuole vendicarsi facendogli acquistare un falso Monet a una cifra a dir poco sfacciata, con l’aiuto di un abile falsario e di una cowgirl who doesn’t get the blues.

Gambit è una commedia ben costruita

Divertente e ritmata,  che riesce a camuffare momenti da cinepanettone da divertenti situazioni slapstick, grazie a un Colin Firth, nei panni dell’onesta mente criminale, perfettamente a suo agio nei panni dell’interprete leggero anglosassone, e una splendida Cameron Diaz, personificazione dell’efficacia del pilates sul corpo femminile. A corollario, Tom Courtney e Stanley Tucci come special guest e una struttura complessiva  rodata, come le regole del genere impongono.

Girato dai Coen Bros in persona sarebbe potuto essere anche migliore, ma Hoffman riesce a mantenere un livello di divertente “locura”, come direbbero gli sceneggiatori di Boris, che fa scorrere i novanta minuti del film, la durata perfetta, senza cadute e in totale scioltezza.

Resta ben poco, but That’s Entertainment, e non a tutti riesce.

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Alessandro De Simone

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