Il Grande Gatsby: l’arte del bello

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L’estetica è una sensibilità, un concetto filosofico classico, e talvolta può diventare la base, la spinta da cui far partire addirittura la comprensione dell’impianto narrativo. Troppe sciocche correnti pseudo politiche hanno relegato l’estetica nella sfera del frivolo, del superficiale, dimenticando ciò che popoli più colti di noi hanno tramandato in un passato remoto. Ma l’arte del bello migliora la vita, se non è fine a se stessa nutre l’anima, e di suo già racconta, sublime apparenza, specchio o contraltare di ciò che è.

È così nel cinema di Baz Luhrmann, già dal suo secondo lungometraggio, quel Romeo + Giulietta che sorprese per la quasi brutale ondata di nuovo che portava con sé. E con Il Grande Gatsby ci si aspettava forse la stessa operazione: fedeltà estrema al testo scritto, alla singola parola, portata sullo schermo con un impianto nuovo, ma che non potesse poi, in fondo, staccarsi più di tanto dall’immaginario decadente e declinato ai colori pastello di Coppola.

Luhrmann però è un artista vero, merce che sta diventando più unica che rara a Hollywood, dove tutto è remake, reboot, sequel, prequel o, nel migliore dei casi, citazione. Dove i film di fantascienza hanno tutti lo stesso colore e i drammi la stessa luce. Arriva un’interpretazione diversa e la critica a stelle e strisce, assuefatta alla standardizzazione della visione, se ne ritrae.

L’australiano ha una sua visione, mai come qui solida, riconoscibile, matura nell’impianto visivo. Ma non si cristallizza ripetendo il successo sicuro dei film che ha già realizzato, bensì sperimenta, reinterpreta, plasma la materia prima seguendo solo la direzione della sua ispirazione. E non ripete la grandezza di Moulin Rouge!, ma di sicuro regala al mondo un altro bel pezzo di Settima Arte. Gatsby in versione neoburlesque. Non ci interessa il purismo, bensì quanto brillano i cristalli, dei costumi e del cuore. Il resto lo capirai dopo, se ti abbandoni ti sarà già entrato dentro, mentre pensi di star solo ammirando frivole bellezze.

Le storie d’amore impossibili e dalle gesta epiche hanno sempre stimolato Luhrman: nel suo cinema il cuore è tormentato sin da Ballroom (la cui frase storica “A life lived in fear is a life half lived” fa ormai parte del logo della sua casa di produzione) e spesso finisce in tragedia. Ovvio che il capolavoro di Fitzgerald lo attirasse come un fiore attira l’ape. E altrettanto ovvio era che il regista e sceneggiatore si concentrasse soprattutto sull’impossibilità di avere quell’amore che Gatsby spera incessantemente di superare. Anche se poi, come precedentemente detto, la critica sociale arriva, già entrata nello spettatore senza che se ne accorgesse, abbagliato com’era dallo sfarzo.

I temi tanto cari a Baz ci sono tutti: la festa orgiastica in primis, in cui tutto il talento di sua moglie Catherine Martin può galoppare a briglia sciolta tra scenografie e costumi. “Razzle Dazzle ‘em”, grida questo film, nel più puro spirito neoburlesque, che difatti rivisita l’epoca senza alcun purismo. Gli anni Venti, ruggenti e decadenti, sono ricreati come sempre fa Luhrman. Per lui non è la fedeltà assoluta al minimo particolare a rivivificare un periodo storico, ma l’emozione che si prova nel vederlo, nell’immaginarlo, nel rimodellarlo. Ed ecco allora make-up verde smeraldo, mescolanze di costumi, oggetti, colori. E tantissimo eccesso, spinto all’estremo: per far comprendere al pubblico di oggi quanto fossero scandalosi quegli anni bisogna portare sullo schermo l’eccesso odierno. Nessuno più capirebbe perché una spallina al posto di una manica scandalizzava lo sguardo.

La città di New York, poi, separata dalla baia: luoghi deputati come in un testo teatrale antico. Palcoscenici definiti, conchiusi, contrapposti, altra cifra stilistica del cinema di Luhrmann. Gli occhi sul fondo blu, omaggio al Gatsby di Clayton, che guardano come Dio, giudizio che pesa più sull’autore che sui suoi personaggi. Un 3D assolutamente narrativo, architettonico, utilizzato per scelta dichiarata per far entrare lo spettatore sì nel lusso di quel mondo, ma anche nella solitudine del ricco Gatsby, divo lontano da tutti conosciuto solo in epidermide, folle speranzoso come ogni innamorato dovrebbe essere. Un Leonardo DiCaprio sempre più intenso, che finalmente torna a recitare con il corpo intero, come già in Romeo + Giulietta. E quasi tutto il cast (escludiamo Carey Mulligan che doveva interpretare Daisy e non se stessa) è perfetto, rotelline di un ingranaggio drammatico a orologeria, diretto verso la morte. Del cuore, dell’amore, della verità, del bello che non è più.

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