Blood Ties

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James Gray è da molti anni uno dei massimi esponenti del noir metropolitano americano, a cui aggiunge sempre una dose ben calibrata di melò, creando di fatto un vero e proprio genere che alcuni hanno cercato anche di emulare, ma senza particolare successo. Guillaume Canet, attore e regista francese di bella presenza e speranze similari, ha pensato bene per Blood Ties, il suo esordio oltre oceano di chiedere all’amico Gray di scrivergli una bella storia di fratelli coltelli, uno poliziotto irreprensibile e un po’ disadattato, l’altro criminale incallito appena uscito di prigione dopo una condanna per omicidio. Tra intrecci amorosi, criminosi e lacrimosi, si giunge alla resa dei conti, come è giusto che sia.

Blood Ties è un solido film di genere

Con una affascinante ambientazione newyorkese anni Settanta e un intreccio ben costruito, ricco di personaggio delineati al punto giusto. Canet da parte sua svolge il compito basandosi su una sceneggiatura notevole, come sono spesso quelle di James Gray, dando però un tocco europeo che provoca un effetto straniante particolare, un piccolo scarto di ritmo che fa la differenza, rendendo il film apparentemente imperfetto, soprattutto nelle scene d’azione privo del montaggio a orologeria tipico del cinema statunitense, ma che lo rende anche piacevolmente realistico.

Blood Ties ha un cast eccezionale

Billy Crudrup e Clive Owen vestono i panni di Caino e Abele, James Caan patriarca dalle molte ombre, e un cast femminile da infarto, composto da Mila Kunis, Marion Cotillard e Zoe Saldana, tutti in parte e ben diretti da Canet, che a sua volta si ispira ai grandi del genere. Da Scorsese a De Palma, rubacchia ma con rispetto, fino a Sidney Lumet, punto di riferimento fondamentale se si vuole fare un noir familiare a New York.

Blood Ties è un prodotto assolutamente degno

Scorre senza problemi nonostante la durata non agilissima, oltre due ore e venti, e soffre semmai di una seconda parte sin troppo semplificata e una chiosa affrettata. Ma a Canet non si può che dire chapeau, perché in effetti non è da tutti.

 

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Alessandro De Simone

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