Solo Dio perdona: trappole di sangue

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La catarsi che genera un film di Refn è la stessa del teatro greco: tanta violenza, mostrata oggi come non si poteva allora, che placa l’animo tormentato di chi guarda. Lo scarto emotivo che si genera porta a non volerne più, tanto meno nella realtà, dopo averla sperimentata crudamente sul grande schermo. Il regista di Drive, Bronson e Valhalla Rising è sempre stato sontuosamente brutale, spettacolarmente sanguigno, sin dai suoi Pusher. Ora tutto questo viene parzialmente meno. Tornando a lavorare con Ryan Gosling in una storia di vendetta, con al centro un “eroe” che cerca di mantenere una sua moralità, c’era il rischio di replicare Drive. Ma questo non accade, il che è evidente sin dalle prime scene.

Non c’è velocità, eppure c’è più ritmo in Solo Dio perdona. Il rosso predominante non è quello del sangue, la violenza non è solo quella mostrata. Turba e lascia assordati questo nuovo film, perché la vera violenza è quella psicologica, terribile, dalla quale non si può, non si riesce a scappare. Inutile correre, a piedi o in macchina: il baratro nero che sente il protagonista (e con lui chi guarda) è nella testa, e sarà sempre con lui.

Il regista danese dà prova qui di essere ancora più colto e raffinato di quanto lo abbiamo creduto: omaggia il cinema estremo orientale, ma si tiene lontano da facili “taraninismi”, e poi lo filtra con il suo personale stile, e un sapore inconfondibilmente europeo. Quasi sempre è un solo personaggio a essere inquadrato, e Refn moltiplica, riduce, incornicia l’inquadratura con un sapiente uso delle architetture d’interni. Le porte, le tende, i corridoi, gli specchi. Tutto convoglia, insieme a luci e ombre nettissime, lo sguardo dello spettatore, dritto al centro dei disagi dei suoi personaggi.

È quasi tutta descritta in interni, la sua Bangkok: il chiasso è talmente forte da risultare ormai sordo alle orecchie assuefatte e indifferenti dei criminali d’alto rango, e la musica è assolutamente funzionale, nell’utilizzo che ne viene fatto, a questo scopo. La sorda confusione si può percepire solida, tangibile e tattile, irrecuperabile specchio sonoro di una città da affondare in un diluvio, dove tutti sanno tenere gli occhi chiusi all’occorrenza.

In quest’aria densa di cibi speziati, sangue e decadimento, si muove Julian, allenatore e spacciatore, la cui madre è presenza incombente. Billy, suo fratello maggiore, è stato ucciso e lei gli chiede di vendicarlo. Non è un film su lotte tra clan rivali, la morale non è la solita “se cerchi vendetta, scava due tombe”. Questo è un trattato magistrale su come, malsanamente, il figlio resti legato al genitore che lo ha cresciuto nella violenza, su come cerchi, ora come allora, sempre e per sempre, la sua approvazione, pur sapendo che non sarà mai abbastanza. La necessità di avere una stima che non arriverà, una parola d’affetto, anche fugace, che non verrà pronunciata. E allora non ci sono armi. Ci sono solo le botte, a mani nude, tante. Quelle che devi prendere un’ultima volta per poi poter dire basta. Davanti agli occhi di tua madre, che guarda e non alza un dito.

Julian è un Amleto, uno le cui mani “non fanno”. Sa cosa sarebbe giusto, ma non si stacca da un ventre in cui vorrebbe rientrare, per ricominciare. Un ventre velenoso che però ha partorito solo marcio. Kirstin Scott Thomas è volgare e bellissima, un personaggio solido dove c’era il rischio di mettere in piedi un macchietta. Accanto a lei Gosling mette semplicemente viso e corpo al servizio del regista, lascia che le luci parlino al suo posto, che i lividi anneriscano intorno agli occhi, fino alla scena finale, intensissima e simbolica.

Nicolas Winding Refn non si ripete, realizza un altro film, ancora più estremo di Drive e Bronson, sempre più suo e sempre diverso. E alla fine si esce alleggeriti. Il male è rimasto nel teatro, anche questa volta ci ha esorcizzati dal nero che ognuno di noi, chi più chi meno, si porta dentro.

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