Cannes 2013: i predatori del festival perduto

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Immagino che molti di voi abbiano letto il diario di viaggio di Boris Sollazzo, se non lo avete fatto, provvedete subito. Avendo vissuto un festival in  simbiosi, molto di quello che c’era raccontare è già stato raccontato nei mirabili pezzi per Gli Altri, ma qualcosina da dire ce l’ho anche io, quindi, andiamo senza meno a cominciare.

Cannes è una delle mie tante case professionali dal 1999, un posto e un evento che attendo sempre con trepidazione, quest’anno più che mai, perché ero convinto che sarebbero successe cose magnifiche. E prendetemi pure per pazzo, ma è così. E ve lo dimostrerò

Inside Llewyn Davis, La vie d’Adele, mentre scrivo sono ancora in attesa di Jarmusch e Polanski, che comunque mi ha già regalato un film che ho amato molto, Weekend of a Champion. Alla fine è per questo che siamo qui, per respirare cinema dalla mattina alla sera, e quando arriva il film che ti fa innamorare, allora tanto meglio. La vita del cantante folk fallito Llewyn Davis firmata dai fratelli Coen è un’opera degna d’essere paragonata a racconti eccezionali che hanno plasmato l’America stessa. L’amore tra giovani donne raccontato da Abdellatif Kechiche è semplicemente un miracolo che speriamo abbia fatto breccia nei cuori della giuria presieduta da Steven Spielberg.

E a proposito di Spielberg, proprio oggi, venerdì di chiusura, abbiamo mangiato con lui, i suoi colleghi giurati e qualche centinaio di giornalisti al tradizionale pranzo con il sindaco di Cannes, dove si mangia il piatto tipico per eccellenza, l’Aioli, ovvero una specie di merluzzetto al vapore con verdure, una buona maniera per ricordarci che per dieci giorni abbiamo mangiato malissimo, massacrando il fegato, per mere ragioni di budget, almeno per riuscire a non dover vendere un rene a a metà festival per poter giungere in scioltezza al traguardo.

Quest’anno è stata dura per molti, sottoscritto compreso, e anche per questo sarà un festival che non dimenticheremo, soprattutto per il giuramento di Tara fatto davanti allo straordinario Cib’O’Matic, dove da comodi distributori automatici puoi comprare lasagne, spaghetti alla carbonara, pizza e ogni altro genere di conforto, con tanto di microonde per scaldare le delicatessen in questione, abbiamo urlato che mai più avremmo sofferto la fame o mangiato delle penne al formaggio in un tubo di cartone.

Non siamo ancora arrivati a tanto, nel senso che ceneremo dopo la visione di Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch, ma quest’anno i precari a Cannes sono stati una perfetta sintesi di quella che è oggi l’Italia, una repubblica basata sul lavoro mal/non pagato. Il Sollazzo ne ha parlato nei suoi articoli, insieme abbiamo raccontato la situazione a Cannes Selvaggio, un documentario curato tra gli altri da Akim Zejjari, collega in forza a Sky che ha voluto soffermarsi anche su questo aspetto del festival per eccellenza. Per chi è interessato, su Sky Uno il 27 maggio alle 22.50.

Che poi direte: ma questi giornalisti cinematografici stanno sempre a farsi i pompini a vicenda, citando Quentin Tarantino? No, ma dato che lavoriamo in condizioni assai disagiate, ci piace ricordarci che ci siamo. In fondo è come vivere in una lunga serie televisiva, in cui i Chandler, i Barney Stinson, le New Girl siamo noi, che sogniamo di avere vite eccezionali e mille avventure.

Come ci è successo quest’anno, che con la giacca di pelle, il cappello e la frusta siamo andati in cerca di tesori nascosti, sfruttando ogni occasione possibile, come quella avuta per riuscire miracolosamente a entrare all’unica proiezione di Max Rose, il film che ha segnato il ritorno e anche il commiato di Jerry Lewis e che era lì, seduto nella stessa fila di Sollazzo e del sottoscritto, lo abbiamo potuto riprendere e fotografare, ne abbiamo potuto appurare l’esistenza, l’uomo che inventato un cocktail eccezionale come lo Scaldino per Orso Polare dell’Alaska, che ha girato uno dei film più geniali della storia del cinema, L’idolo delle donne. Insomma lui era lì, proprio mentre qualcun altro, di cui non conosciamo il viso, il nome, ma certamente il nobile mestiere della di lui madre, entrava nel nostro appartamento per prendere in prestito a tempo indeterminato il mio iPad e molte altre cose di cui certamente aveva bisogno.

È successo anche questo, ma non importa. Non buttiamoci giù, diceva Nick Hornby, oggi abbiamo saputo che Salvo ha vinto la Semaine de la Critique, e speriamo che Paolo Sorrentino porti a casa un premio, per puro spirito nazionale, magari ringraziando i tanti critici precari che hanno parlato del suo film e che hanno affrontato avventurosi viaggi in treno per poterlo accompagnare con calore sulla Croisette. E che per fortuna avevano una carta di credito che ancora non è stata bloccata, per poter prendere i biglietti fino a Roma, senza dover rubare una bicicletta a un attacchino a Pisa.

Il festival è finito, mancano i premi, ma sono la cosa meno interessante. Molto meglio incontrare Alexander Payne a passeggio per la città e fermarsi a chiacchierare con lui. Gli avrei voluto far vedere la sua copertina di The Cinema Show dell’anno scorso, ma quelli che hanno preso in prestito l’iPad non me l’hanno ancora riportato. Poco male, perché in un bagno del Palais incrocio Kevin Pollak e gli dico che Yanni Gogolak è uno di quei personaggi che non si dimenticano mai. E gongola.

Le cose belle di Cannes 2013 ce le portiamo via noi, per fortuna affetti speciali e avventure straordinarie, noi, i Predatori del Festival Perduto, in attesa del prossimo, e del prossimo e del prossimo. Perché ci piace, come a un tossico l’eroina. Solo che in questo caso la rehab non funziona.

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Alessandro De Simone

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