La rabbia giovane

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Lei – quindicenne sul punto di fiorire, dolce, libera da pensieri  – balla per strada, con le sue aste da majorette. Lui, venticinquenne, per strada raccoglie la spazzatura ma si atteggia a divo del cinema, sbruffone, agitato, totalmente privo di filtri. La rivelazione di un genio nasce qui, nel momento in cui compaiono due personaggi tanto vuoti di emozioni quanto ricchi di forza espressiva e simbolica.

Martin Sheen e Sissy Spacek nei panni di Kit e Holly sono già tutto il cinema di Terrence Malick, a patto che non si dimentichi il terzo personaggio, il più importante, del suo esordio cinematografico del 1973 e del resto della sua carriera: il paesaggio naturale. Ispirato a un fatto di cronaca avvenuto alla fine degli anni ’50 negli Stati Uniti, quando la coppia Starkweather-Fugate commise una serie di omicidi in Nebraska e Wyoming, La rabbia giovane è il primo, fulgido esempio della capacità del regista di trascendere la vita e la realtà per trasferire carne, ossa e azioni del mondo terreno nell’empireo filosofico.

Kit e Holly si incontrano per caso. Per caso si innamorano e uniscono le loro strade. Altrettanto per caso, senza rabbia e partecipazione, uccidono il padre di lei e fuggono attraverso le Badlands, immergendosi in una vita selvaggia e primitiva e ammazzando chiunque gli capiti a tiro. Senza tradire alcuna intenzione precisa, senza le struggenti motivazioni ideologiche del Christopher McCandless di Into the Wild. Senza nemmeno verbalizzare quella rivolta contro l’ordine costituito che, forse, scorre sotto la loro pelle. E osservati con una certa indifferenza da una natura onnipresente e magnifica. Da animali che subiscono la loro violenza eppure sembrano guardarli quasi impietositi. Le mucche, su cui Kit cammina da morte e che brutalizza da vive quando lavora come allevatore; il cane ucciso per punizione dal papà di Holly; i pesci contro cui Kit spara nel fiume, sperando così di pescarli. Lo scenario di spazi immensi e spettacolari, amplificati da sfumature di luce intensa e dalla fotografia più perfetta che il cinema conosca, e i dettagli di un insetto, un filo d’erba, una manciata di terra accompagnano Kit e Holly nel loro viaggio senza senso e nello scatenarsi della loro violenza gratuita, distaccata, talmente inconsapevole da diventare quasi innocente. Anche se, a dire la verità, la violenza così incomprensibile (eppure lirica) di Malick, ne La rabbia giovane è espressa solo da Martin Sheen, che si infila materialmente nella pelle di Kit dando vita a un’interpretazione eccezionale: fisica, senza filtri come il suo personaggio, a cui basta una camminata per svelare una natura profondamente conflittuale rispetto alla società, alla natura (appunto) e persino a se stesso. Mentre lei, Holly/Sissy Spacek, ragazzina “quadrata” e perfettina, si lascia trascinare nella follia a piccole dosi con la stessa indifferenza con cui poi molla all’improvviso “l’amore della sua vita”. La sua voce off, che accompagna lo spettatore sin dalle prime inquadrature e che caratterizza tutto il cinema di Malick, commenta anch’essa con estrema indifferenza atti di insensata efferatezza, appoggiata su una potenza visiva da mozzare il fiato e sulle musiche di Carl Orff, James Taylor e Nat King Cole. Anche il sesso, per lei, non ha nessuna importanza – “È tutto qui? E perché ci fanno sopra tanti romanzi?” -, e il romanticismo che sembra assorbirla all’inizio scompare da un istante all’altro senza conseguenze emotive. Mentre la solitudine, sua e del suo uomo, non scompare mai. Nemmeno quando lui, a un passo dalla sedia elettrica, dialoga seduttivamente con i suoi carcerieri, atteggiandosi a James Dean.

Nel 1973, ai tempi di La rabbia giovane, Terrence Malick aveva trent’anni e si era avvicinato al cinema con il corto Lanton Mills (interpretato da Harry Dean Stanton), con la sceneggiatura dell’esordio alla regia di Jack Nicholson (Drive, he said) e per il film di Stuart Rosemberg Per una manciata di soldi. Non aveva esperienze di regia nel lungometraggio, ma la Warner puntò decisamente su di lui e sul suo capolavoro, costato una cifra relativamente bassa e girato in assoluta libertà. Per fortuna. La Warner ha vinto una scommessa e noi abbiamo vinto il più maestoso autore cinematografico contemporaneo.

Michela Greco

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