Wolverine l’immortale

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L’immortalità vissuta come un peso. Un concetto già sviluppato anche nel cinema mainstream, con Highlander e Dracula e mille altri personaggi che della loro eternità finiscono con l’annoiarsi. Ma non è il tempo che non passa a turbare l’animo ferito di Wolverine, bensì il sentire che la sua stessa natura, il suo stesso sangue è veleno per chiunque gli stia intorno. Quando non puoi fare a meno di fare del male a chi ami, la solitudine è l’unica risposta, nell’attesa di un destino che non verrà.

Questo l’incipit di Wolverine l’immortale

Un soggetto che non si allontana troppo da concetti già esplorati negli albi a fumetti. Poi però lo script decide di diventare originale, di percorrere strade nuove e inventarsi questa avventura giapponese dell’uomo dallo scheletro di adamantio. Wolverine si reca in estremo Oriente per dare l’estremo saluto a un vecchio amico, e lì lo aspettano soprusi ai quali non riesce a sottrarsi, sviluppi poco chiari in cui non si sa mai chi sono i buoni e chi i cattivi, tanto sono confusi i confini tra le parti in causa.

James Mangold, che aveva già diretto Hugh Jackman nel romantico Kate & Leopold, si cimenta ancora con i generi, ma questa volta dobbiamo ammettere che il cinecomic non gli si addice. Troppa confusione e soprattutto – strano a dirsi per un regista come lui – quando sullo schermo manca l’azione, lo sviluppo della trama è lento e prolisso, pur non spiegando nodi essenziali per la comprensione a chi non divora tavole a china.

Dopo la trilogia degli X-Men, purtroppo le monografie su Wolverine hanno preso tutta un’altra piega, non solo non essendo all’altezza dei film più corali, ma rasentando il ridicolo delle ambientazioni. Fortunatamente in questa pellicola c’è Hugh Jackman, in forma come non mai, bello come il sole e assolutamente in parte, che sfoggia i muscoli per la maggior parte del film. E che, presenza fisica a parte, si conferma ancora una volta il grande attore che è, dotato di carisma, talento e un’autoironia che gli consente di reggere anche il copione più vacuo.

Il cast giapponese è debole, nonostante un paio di nomi noti, e l’intero capitolo si regge solo sulle spalle larghe di Jackman. Le caratterizzazioni degli altri due mutanti presenti sono debolissime e affidate a modelle che farebbero bene a continuare a calcare le passerelle. Evitiamo i particolari sul doppiaggio italiano, che sta toccando picchi sempre più bassi.

Nonostante tutto ciò, Wolverine l’immortale è un film che va comunque goduto al cinema

Se non altro per le trovate action come quella sul treno. E la scena dopo i titoli di coda è senz’altro l’elemento migliore del film.

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