Intervista a Richard Curtis: Questione di tempo

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Se c’è qualcuno che entra già di diritto nella storia del melò mondiale, quello è Richard Curtis. Con Notthing Hill e Quattro matrimoni e un funerale, il regista e sceneggiatore neozelandese e british di adozione aveva dettato le regole di una commedia romantica garbata e sincera, ma è stato con Love Actually, romantic comedy corale ed episodica, che poi si unisce in un unico flusso di sentimenti tra i più profondi e vari, che ha raggiunto la piena maturità.

Ora con questo Questione di tempo (About Time), Curtis realizza un’opera dal respiro più ampio, grande quanto lo è la vita, solida quanto lo è il desiderio di amare qualcuno, divertente e triste come l’altalenarsi continuo dei casi all’interno di un’esistenza. Se era abbastanza scontato innamorarsi di Hugh Grant, lo è forse meno con il fulvo Domhall Gleeson, irresistibile imbranato che farebbe di tutto per il cuore della sempre meravigliosa Rachel McAdams. Questa è una storia di vita, profondamente comica e ridicolmente drammatica come lo è la vita, che fa ridere e piangere come fa la vita. Con la consueta attenzione che questo autore (e lui sì che è degno dell’abusato titolo) pone sulla colonna sonora.

Lo abbiamo incontrato a Roma, consueta ilarità e umorismo gentile, dove schiettamente ha confermato che la vita che racconta, dopotutto, è la sua.

Quanto c’è di autobiografico in questo film, a parte ovviamente il fatto che lei sa viaggiare nel tempo…

Richard Curtis: Credo che sia un mix normalissimo tra la finzione e il racconto personale. Di fantasioso c’è solo il viaggio nel tempo. Ho avuto tempo ultimamente di riflettere molto sulla mia vita. Ho perso mio padre e ho riflettuto molto. Raccontando una famiglia ci sono due personaggi che sono me nel film: io da giovane, come figlio, e quello che avrei voluto dire a mio padre, e io più maturo, padre, che voglio trascorrere molto più tempo vicino una spiaggia. E ciò che vorrei essere per i miei figli.

Il film è anche un elogio a una sorta di normalità, visto che il personaggio principale è un ragazzo normalissimo, anzi forse anche un po’ imbranato…

Richard Curtis: Mi rivedo molto in lui: quando ero giovane avevo i capelli rossi come i suoi. Credo che il motivo per cui scrivo sempre film romantici è che è stato sempre il mio problema principale. Ero innamorato di una ragazza già quando avevo quattro anni, Jill. Poi un’altra, Tracy, quando ne avevo sette. Da adolescente mi sono innamorato di una ragazza conosciuta sulla spiaggia e poi le ho scritto un messaggio e l’ho messo sotto la sabbia, nel punto dove ci siamo incontrati, sperando che lei andasse là per leggerlo. Il che è folle davvero: perché mai avrebbe dovuto farlo? Il film è sulla vita normale perché è l’esatta ragione per cui ho iniziato a pensarlo. Stavo parlando con un mio amico e parlavamo di cosa ci fa felici. Ci siamo chiesti con cosa saremmo stati felici. Volare a Montecarlo, uscire con una modella, vincere un milione di sterline… Ci siamo resi conto che tutte queste cose danno un mucchio di preoccupazioni e problemi, e che ciò che ci rendeva felici era stato esattamente il giorno che stavamo vivendo. Avevamo pranzato insieme, siamo vecchi amici, e avevamo trascorso dell’ottimo tempo con le mogli e i figli, senza preoccuparci di come guadagnare di più o altri pensieri stressanti. Quindi questo è un film vuoto sui viaggi nel tempo, che mostra che non è necessario per essere felici.

Come mette insieme una sceneggiatura? Il suo marchio di fabbrica è un po’ mettere insieme i matrimoni e i funerali. Questa è un po’ commedia e un po’ dramma… come mixa insieme i vari ingredienti?

Richard Curtis: Innanzitutto non conosco e non seguo nessuna regola sulla sceneggiatura. Non ho mai scritto un libro e non ho una ricetta infallibile. Penso di scrivere solo seguendo il mio istinto. Poi scrivo cose che conosco bene, sensazioni che ho provato. A volte ho scritto film solo per fare soldi, ma quelli sono usciti fuori in dieci minuti. La commedia romantica è tutta nella storia. Ma questo è un film anche sulla famiglia. Un giorno sei un ragazzo, e la tua famiglia è quella d’origine. Tu li ami tutti, profondamente. Il giorno dopo sei un adulto e hai un’altra famiglia, che è quella che hai formato tu, e li ami altrettanto profondamente. Ecco che la commedia diventa un family drama. Questo è stato molto importante, per esempio, per scegliere la protagonista femminile: Rachel risulta credibile sia come ragazza innamorata che come madre di tre bambini… era fondamentale.

C’è un momento che cambierebbe, per fare una scelta al posto di un’altra, se potesse viaggiare nel tempo?

Richard Curtis: Be’, credo che sceglierei di non vedere L’esorcista. E nemmeno Halloween probabilmente. Non fanno per me! La cosa divertente è che non puoi sapere cosa si tramuterà davvero in qualcosa di buono. Per esempio sono stato malissimo tre anni per aver perso il mio primo vero amore, ma probabilmente quel dolore è la ragione per cui oggi scrivo questi film romantici. La verità è che non puoi saperlo, ma spesso le cose che credi siano male, diventano buone in qualche modo, quindi non credo che cambierei molto nella mia vita. Certo, cambierei ogni capo d’abbigliamento che ho indossato dai tredici ai vent’anni. Cercavo di essere originale ed ero ridicolo. Avrei dovuto indossare solo jeans e T-shirt, invece avevo sciarpe viola e altri capi assurdi.

Sembra che in questi film lei stia proseguendo un discorso già fatto in Love Actually, ossia che non esiste un solo tipo di amore. Qui come là ci sono anche un amore fraterno, uno paterno, un’amicizia fortissima che è amore amicale…

Richard Curtis: Credo che sia vero. In Notting Hill c’era una famiglia, ma l’ho tagliata via dallo script. In Quattro matrimoni e un funerale non l’ho presa in considerazione. Sì, è stato con Love Actually che ho iniziato a parlare di famiglia. Credo che questo sia il mio film sulla famiglia più di ogni altro: qui anche l’amore romantico si trasforma poi in amore familiare. In Love Actually potevi vedere un fratello e una sorella in una situazione difficile, un matrimonio in crisi, ecc. E tutto questo è anche amore.

Ovviamente devo chiederle quante volte è tornato indietro per conquistare sua moglie…

Richard Curtis: È più vero di quanto pensi… Ci è voluto davvero molto tempo per stare insieme. Lei si vedeva con un altro e anche io avevo un’altra relazione. Poi alla fine ci siamo innamorati.

Lei personalmente crede nelle seconde chance nella vita?

Richard Curtis: Assolutamente. C’è sempre qualcosa che non puoi cambiare, ma poi ce ne sono tante altre che puoi modificare. Credo che la cosa più meravigliosa della vita è che possiamo riuscire a dimenticare anche i dolori più grandi. Penso che la ruota giri e che si abbia sempre la possibilità di cambiare le cose. E che possiamo trasformare anche i periodi più disastrosi in successi.

C’è qualcosa che lei sa di non dover fare mai quando si realizza un film?

Richard Curtis: Uno dei segreti più grandi è di non ingaggiare le persone sbagliate come protagonisti del tuo film. Ho visto bei film rovinati da un casting sbagliato. Per questo film ho fatto un casting lunghissimo e si erano presentati attori molto famosi per il ruolo del protagonista. Finché non abbiamo visto Domhall Gleeson, gli altri non rendevano il film divertente. Quando è arrivato lui, ci era parso di non aver fatto il provino a nessun altro per questa parte. Domhall era Tim. Lo stesso per il ruolo di Kit Kat: Lydia lo ha reso così dolorosamente tenero e divertente, era perfetta. Rachel doveva essere credibile come sposa e come madre, come ho detto prima. Bill era semplicemente perfetto. Quando ha letto la sceneggiatura, ha detto “Va bene, ma questo sono già io, non dovrò recitare affatto”. Ha messo i suoi ricordi dentro questo film. Non è quello con i baffi arrotolati che apre l’armadio e rivela al figlio questo grande mistero… è reale.

Com’è finito Jimmy Fontana nella colonna sonora?

Richard Curtis: Ero in vacanza sull’Isola d’Elba, molto tempo fa. La sera andavamo in un locale dove c’era un juke box e c’erano tre versioni della stessa canzone. Il singolo era Il mondo, e sul lato B c’era Allora sì. C’era un perfetto tramonto e lo associo a Jimmy Fontana. Era circa vent’anni fa, e ho sempre pensato che fosse una delle mie canzoni preferite. Volevo usarla prima o poi, e qui mi piaceva che non fosse tanto il fatto di basarsi sulle parole, ma su come la musica stava con il tempo meteorologico della scena. Non esiste una buona versione in inglese della canzone. C’è una versione con Dusty Springfield, ma quella in italiano è di gran lunga meglio.

E grazie per non avergli fatto cambiare il matrimonio sotto la pioggia.

Richard Curtis: È un omaggio a mio fratello, che si è sposato in un giorno di pioggia. Fu divertentissimo.

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