Prince Avalanche

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Il cinema americano ricorda talvolta il PD: un corpo teoricamente unico percorso da correnti contrastanti che cercano di diventare leader del mercato e allo stesso tempo di offrire all’elettorato, in questo caso il pubblico, qualcosa di nuovo. Spesso anche in maniera schizofrenica, come successo a David Gordon Green, regista e sceneggiatore che fa parte della Lobby di Apatow, in cui troviamo anche Seth Rogen, Jona Hill, James Franco e molti altri. Gli Apatow sono dei ribelli, decisi a fare un cinema di rottura, fuori dagli schemi, politicamente scorretto, surreale e neorealista al tempo stesso. Green, dopo quattro opere indipendenti drammatiche che spaziavano dal coming to age al dramma rurale, si è fatto travolgere dall’entusiasmo di Judd e compagnia dirigendo tre commedie, Strafumati, Sua Maestà e Lo Spaventapassere, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico e instradato a un cinema più compiuto e maturo rispetto al precedente. Lo ha dimostrato con Joe, sorprendente ritorno alla vita professionale “alta” di Nicolas Cage, già visto a Venezia. Ci aveva già provato con Prince Avalanche, premiato alla Berlinale 2013 con un generoso Orso d’Argento per la migliore regia.

Remake del film islandese Either Way, vincitore del Torino Film Festival 2011, Prince Avalanche racconta la storia di una coppia di manutentori stradali impegnati nel rifare la segnaletica di una strada di montagna in mezzo al nulla. Uno sociopatico maniaco dell’ordine e delle regole, l’altro suo quasi cognato, un ragazzo senza arte né parte in cerca di una dimensione. Tra una riga gialla e un cataro frangente, si conosceranno, litigheranno, si sosterranno e diventeranno amici, in mezzo alla natura selvaggia che tutto osserva silenziosa.

Opera ambiziosa, ma anche discontinua e spesso senza una direzione precisa, il film di Green si dilata con fatica, indugia in documentarismi metaforici poco funzionali e cerca nelle miserie umane dei suoi due protagonisti un senso che alla fine è confuso e più trovato che pensato. Paul Rudd ed Emile Hirsch fanno del loro meglio, riuscendo a reggere il film sulle loro spalle egregiamente, evidentemente ed opportunamente sperduti.

Alla fine, questa strana avventura in un non luogo fuori dal tempo lascia comunque delle buone sensazioni, ma l’originale era un gioiellino di narrazione ed atmosfere. D’altronde, se nel PD ci fosse una corrente islandese avrebbe già risolto tutti i suoi problemi.

Alessandro De Simone

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