Monuments Men

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“Meritatelo” diceva un morente Tom Hanks a Matt Damon nel finale di Salvate il soldato Ryan. Perché la vita bisogna anche sapersela meritare, se qualcuno l’ha persa per te. Picasso, Rembrandt, Michelangelo e quelli come loro questo diritto lo hanno tramandato alle loro opere, mortali come qualunque cosa abbia a che fare con la stupidità umana. La domanda quindi sorge spontanea: la salvezza di Monna Lisa vale una vita umana? La risposta è sì, senza se e senza ma, e il quesito se lo pone anche George Clooney in Monuments Men, storia vera opportunamente aggiustata, come solo Hollywood sa fare, di un manipolo di professionisti delle arti mandati nel Vecchio Continente, dopo lo sbarco in Normandia, a recuperare le centinaia di migliaia di opere che lo zelante Adolfo aveva trafugato durante le scorribande dei suoi scagnozzi. 

Monuments Men non trova una direzione

La quinta regia di Clooney resta indecisa tra la commedia sofisticata, il dramma storico e il melò, quest’ultimo preminente ma non gestito a dovere dall’attore, regista e co-sceneggiatore (insieme all’inseparabile Grant Heslov, che si ritaglia anche un cameo nel film). Il cast funziona, da Damon a Bill Murray, in quella che è una sorta di riproposizione classica dell’impianto della banda di Ocean contaminato da I magnifici sette. Purtroppo è tutto episodico e c’è un’ossessiva ricerca della scena madre, che vira il film verso un patriottismo retorico e stranamente becero per un autore che proprio della critica al suo paese ha fatto una cifra stilistica.

Monuments Men era una storia da raccontare

Ma non con il tono “se non c’eravamo noi, adesso non avreste più niente”. Magari è anche vero, ma se vai a cena da un amico, che ti prepara un pasto da ricco di manicaretti deliziosi, non sta bene ringraziare dicendo “però io ho portato il vino”.

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Alessandro De Simone

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