Birdman

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La cosa più interessante del cinema messicano contemporaneo è senza dubbio l’assoluta padronanza del mezzo che i suoi registi hanno. Da Alfonso Cuaron al qui presente Inarritu, per non parlare di Guillermo Del Toro e persino dell’assai discutibile Carlos Reygadas, la visione totale che hanno della forma cinematografica è qualcosa di certamente non banale.

Sarebbe da analizzare la predilezione che hanno per un oggetto che sembrava ormai dimenticato, il piano sequenza, sostituito dalle meraviglie del montaggio, seconda regia che sempre più spesso salva quella principale nel cinema moderno.

I messicani no, loro non vogliono vincere facile, probabilmente per dimostrare a Hollywood che hanno lo stesso diritto di chiunque altro a lavorare in California. Una rivendicazione politica e sociale, oltre che artistica, che di fatto pone questi cineasti a un livello estremamente più elevato rispetto alla maggioranza di molti loro colleghi ben più coccolati.

All’inizio fu Cuaron, con tre scene straordinarie ne I figli degli uomini, aiutate dal digitale ma girate e montate nella loro quasi totalità in macchina. Poi venne Gravity, un piano sequenza totalmente lavorato in post produzione, ma costruito con una precisione chirurgica sin nel minimo dettaglio.

E alla fine venne Birdman, edificio ben più teatrale, non a caso, in cui la camera accompagna per camerini, corridoi, palco, retropalco e dintorni un cast eccezionale, raccontando grandezze, poche, e miserie, molte dello show business.

La storia di Riggan Thompson, ex star di Hollywod che vestiva i panni di un supereroe, che cerca di riprendere in mano la sua carriera portando in scena un testo di Raymond Carver, è ben più che il delizioso gioco meta-cinematografico preparato da Inarritu. La presenza di Michael Keaton, ex Batman di Burton, è necessaria per la grandezza dell’interprete, come per Edward Norton, l’attore tormentato e falso che, ricordiamolo, ha un terribile Hulk nel curriculum, così come Emma Stone, qui straordinaria, due Spider-man non molto apprezzati.

Il cinema, quello della macchina che scruta, segue, indaga, spia, si avvolge attorno a loro tre, gli altri sono figure di passaggio. Riggan è l’ossessione e la follia che nasce dal desiderio di riscatto, dalla voglia di dimostrare che c’è molto di più dietro la maschera. Mike la maschera non la toglie mai, la giovane Sam ne vorrebbe una, per somigliare a suo padre e nascondersi dal resto del mondo, mentre detiene il segreto della nuova visione, quella del pubblico invisibile, mentre il papà vuole svelare ancora il mistero del golfo mistico.

Birdman, o l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza: un grande titolo, degno di Kit Marlowe, e un grande film, che forse ci consegna finalmente un regista dal grande talento ma che ha sempre favorito il suo compiacimento. Lo fa anche questa volta, per dimostrare che se lo può permettere e perché sa quanto sia facile ingannare lo spettatore, e soprattutto i boriosi vecchi critici e le entusiaste giovani leve della bloggitudine. Lo può fare, senza dimenticare che il film lo regge un enorme, incredibile Keaton, un talento eccezionale, che Hollywood ha abbandonato quando non aveva più bisogno di lui.

Ma adesso il cavaliere oscuro è tornato.

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Alessandro De Simone

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