Southpaw

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Southpaw, ovvero cinema sportivo e melodramma: poche alchimie cinematografiche funzionano meglio di questa per prendere lo spettatore al cuore.

Esempi ce ne sono tanti, una vera e propria olimpiade cinematografica che ha regalato opere straordinarie, come This Sporting Life di Lindsay Anderson (rugby), Colpo vincente di David Anspaugh (basket) e naturalmente Rocky, film che ha segnato la vita di generazioni di persone convinte che davvero i sogni si possano avverare. Ma il Verona di Bagnoli arriva una volta sola, lo sanno tutti, di film sulla boxe invece uno ogni cinque anni o giù di lì.

Stavolta è il turno di Antoine Fuqua

Regista a cui spesso e volentieri si sarebbe dovuto impedire di nuocere (King Arthur e L’ultima alba sono esempi sufficienti) e che ha avuto la fortuna di incappare in un paio di buoni street movies come Training Day e Brooklin’s Finest.

Southpaw non rientra per fortuna nella prima categoria

Anzi, è un prodotto solido, ben girato e scritto con la giusta furbizia ricattatoria per piacere in maniera incondizionata, tralasciando le non poche facilonerie in sede di sceneggiatura e le reiterate banalità che sono d’altronde proprie e quasi necessarie del genere. Fuqua non ha la sensibilità per andare oltre e metterci del suo, se non appigliandosi a una buona tecnica di base, che gli permette di creare una bella sequenza di pugilato, unica ragione per cui si costruisce il resto della storia, e di sfruttare al meglio il corpo trasfigurato di Jake Gyllenhall.

Il protagonista di Nightcrawler si conferma uno dei nuovi trasformisti di Hollywood, e unisce alla capacità di plasmare il suo corpo con grande dedizione anche un talento chiaro, sfruttato meglio in altre occasioni, ma che anche a scartamento ridotto basta a rendere un film come tanti degno di una visione. Merito anche di Forest Whitaker, novello Morgan Freeman, e Rachel McAdams, che non fosse altro per la sua bellezza è sempre un gran piacere.

Per il resto, al netto di Southpaw se volete vedere un film sulla boxe, ci sono Where We Were Kings di Leon Gast e Boxing Gym di Frederick Wiseman. Perché il ring è la vita e i cazzotti fanno male.

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Alessandro De Simone

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