I pianeti del terrore

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Il cinema horror è sempre stato uno specchio dei tempi, soprattutto quando messo in mano a cineasti dal talento e dalla fantasia fuori dal comune, ma anche spinti da una carica sovversiva tesa a raccontare le gesta dei mostri più pericolosi, quelli che spingono l’umanità all’autodistruzione.

George Romero, attraverso i suoi zombi, ha descritto l’America del Vietnam e della segregazione prima e poi, nel corso degli anni, quella del boom economico, dell’edonismo reaganiano, dell’omologazione e della provincia malata, fino ad arrivare con il suo nuovissimo Diary of the Dead alla spettacolarizzazione da reality show.

John Carpenter, utilizzando il linguaggio del genere più classico del cinema americano, il western, ha fatto lo stesso, partendo dallo spazio profondo di Dark Star, attraversando l’America e tornando tra le stelle fino , film a cui il Planet Terror di Robert Rodriguez deve molto e anche di più.

Così come 28 giorni dopo e il sequel 28 settimane dopo, ma se nel primo Danny Boyle affrontava la questione cinematograficamente parlando preoccupandosi più della messa in scena di un genere, lasciando ad Alex Garland il compito di ricordare che l’uomo sarà il boia di se stesso, Juan Carlos Fresnadillo va molto più a fondo.

28 settimane dopo è un film assai complesso, in cui è però chiarissima la denuncia frontale nei confronti delle campagne di occupazione da parte del governo americano e dei metodi con cui vengono gestite le regole d’ingaggio nei paesi invasi.

Il male da estirpare non è il virus e le persone che ne restano infette, bensì chi la malattia la vuole curare. Ma allo stesso tempo c’è un altro elemento non privo d’interesse in questo riuscitissimo sequel: il virus non muore per una serie di atti d’amore indissolubilmente legati alla famiglia. Proprio uno dei valori fondamentali della cultura americana è il veicolo della distruzione del mondo.

Ben più ludica è la visione che ha Robert Rodriguez, resa ancora più piacevole dalle movenze sensuali di Rose McGowan, donna amazzone senza paura e con un mitra al posto di una gamba, letale e bellissima come tutte le dark lady che si rispettino. La carica sovversiva, in questo caso, è ben diversa, molto apparente e poco profonda, proprio come lo stesso Rodriguez aveva fatto con Sin City, tanto fedele alle graphic novel del co-regista e autore Frank Miller da spogliarle della loro assoluta mancanza di politicamente scorretto.

28 settimane dopo e Planet Terror sono comunque due esempi di cinema che unisce intrattenimento e denuncia sociale. La decisione spetta al pubblico se preferire l’intrattenimento o l’accensione del cervello.

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Alessandro De Simone

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