IT: La semplificazione della paura

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L’attesa è finita: Pennywise è tornato. Come da testo di King, dopo ventisette anni, a nutrirsi delle paure delle persone, soprattutto dei ragazzi, sotto lo sguardo distratto (volutamente?) di tutti. Il primo adattamento cinematografico del più famoso romanzo di Stephen King è stato preceduto da un battage pubblicitario precoce e via via sempre più capillare, che ha innescato un meccanismo promozionale dalla vita propria. Ogni testata, non solo cinematografica, ha ribattutto qualunque dettaglio avesse a che fare anche solo alla lontana con IT, per mesi e mesi. Se questo abbia fatto bene al film non è dato sapere. Di certo ha fatto bene al botteghino, che è cosa diversa.

Questo è l’anno di King, che arriva ai 70 d’età e viene omaggiato ovunque con riadattamenti e trasposizioni: dalla TV, al cinema, a Netflix è tutto un proliferare di serie e film che traggono spunto dai suoi romanzi o che almeno si ispirano ad essi, a consacrarlo il re dell’horror, forse dandogli anche meriti maggiori di quelli che effettivamente può vantare. Di certo, King è molto prolifico e molto popolare. IT è il suo romanzo più lungo, non il più maturo, ma per molti il migliore. Quel che è certo è che IT, anche e soprattutto grazie alla trasposizione televisiva, ha segnato una generazione. Era impossibile attraversare gli anni Ottanta come adolescente senza aver letto IT e senza aver visto Tim Curry nei panni di Pennywise.

Ed è per questo che l’operazione nostalgia ’80 trova la sua apoteosi nella versione diretta da Andy Muschietti, adattata dalla triade Dauberman – Palmer – Fukunaga e benedetta dallo stesso Stephen King (al quale improvvisamente non importa più se si prendono abissali distanze dal suo scritto). Sin dalla prima scena è evidente che ci troviamo in un film pre-adolescenziale degli anni ’80. I Perdenti sono i protagonisti assoluti, il casting è stato eccezionale, la ricostruzione minuziosa e senza alcuna sbavatura. Addirittura Beverly omaggia l’icona femminile del tempo, con quel taglio di capelli, le lentiggini e il rossetto rosa che furono solo di Molly. E IT diventa qualcosa che ingloba anche Stand by me / The Body.

Se vi sembra che stiamo dando troppo per scontato che conosciate a menadito la pop culture degli anni ’80 e faticate a starci dietro, sappiate che allora faticherete a star dietro anche a IT: un’apoteosi di citazioni e atmosfere di quella decade, molte delle quali sono comprensibili solo a posteriori (e quindi i protagonisti non avrebbero potuto in realtà pronunciarle).

Viene meno tutto il resto: il doppio piano temporale sarà analizzato in seguito. Perché anche questo racconto chiuso e concluso è stato frammentato in favore dell’inesorabile serialità al cinema. Viene meno la confusione tra buoni e cattivi, tra purezza e malizia, viene meno la formazione tipica di King, che con sguardo lucido e consapevole non divideva mai nettamente la luce dall’ombra. Viene meno il terrore che persiste, essendo questo un horror efficacissimo, ma che si poggia quasi interamente sul meccanismo del jumpscare.

Il pagliaccio, con il suo palloncino (sempre rosso… ma perché?) è l’immagine più riprodotta ovunque, quando sono i ragazzi, molti dei quali esordienti o quasi, il punto forte di questa pellicola. Sono loro i più bravi, i più intensi, i più pregnanti. Il pagliaccio, con quel trucco e l’aiuto degli effetti speciali, avrebbe potuto interpretarlo chiunque. Siamo lontanissimi dalle folli facce di quell’immenso Tim Curry, che ha riempito le notti di chi scrive di “erotic nightmares beyond any measure”, ma anche di incubi puri di ragazzina, con quell’aria affabile che solo dopo si trasformava, metafora della mostruosità di Derry, e di ogni società, in primis della famiglia.

Già, perché il guaio è che viene molto meno anche tutto il succo del romanzo: quella linea sottile che parte da Peyton Place (infinitamente più coraggioso di IT, in quanto scritto da una donna quando le donne non potevano scrivere certe cose) e arriva fino a Twin Peaks, passando per Velluto Blu e che trova una tappa fondamentale proprio in IT. Quel Male insito nelle comunità, che sanno benissimo della sua esistenza e fingono di non vedere, per la scelta fatta un dì, in cui preferirono sacrificare un pezzo di anima per sopravvivere. Quel Male che è in casa, che ti resta addosso per sempre, che non ti farà mai sentire al sicuro da nessuna parte. Quel Male che è abuso in famiglia, che è bullismo e discriminazione, che viene alimentato e che mai sarà sconfitto.

La trasposizione televisiva non era bella, ma proprio per questo era vera. Era dentro gli anni Ottanta e non sapeva di posticcio, come questo perfetto manichino con il mullet. Terrorizzò tutti noi, che non riuscimmo a toglierci dalla mente un sacco di scene (no, il ragno no, quello ha sempre fatto crollare la credibilità in tutti. Confessatelo una buona volta: nessuno di noi sosteneva che King fosse il più grande, a causa di quel dannato ragno) proprio per la loro rozzezza: sembrava fossero state girate nel cortile accanto a casa nostra, i ragazzini erano degli sfigati come tutti noi e Beverly non sapeva vestirsi. Era vero, e faceva paura per davvero. Questo è perfetto, dalla fotografia bellissima, e incasserà molto, non galleggerà appena.

Operazione riuscita. Ma IT è un’altra cosa.

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