La battaglia dei sessi: intervista a Jonathan Dayton e Valerie Faris

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Nel 1973 Billie Jean King sfidò Bobby Riggs in una partita a tennis che fu soprannominata La battaglia dei sessi. Il perché è presto detto: Billie Jean e un manipolo di altre giocatrici chiedevano di essere pagate quanto i loro colleghi uomini. E Riggs, il “porco maschilista”, come lui stesso si era rinominato, trasformò la loro battaglia in una baracconata, sminuendole con parole che oggi sarebbero inaccetabili sui media principali (ma che, ahinoi, troviamo facilmente sui social. Per lo meno Riggs ci metteva la faccia).

Oggi quella storica partita, che negli USA significò molto, diventa un film, diretto dall’inossidabile coppia Dayton-Faris. Quelli di Little Miss Sunshine, per capirci. Li abbiamo incontrati a Roma, dove sono venuti a presentare il film, abbracciato immediatamente dalla comunità GLBT.

 

Quarantaquattro anni dopo quella partita, la battaglia dei sessi è ancora in corso… Pensate che un film possa aiutare la causa?

Jonathan Dayton: C’è sempre un gran bisogno di questi soggetti e di queste storie, almeno finché esisteranno gli uomini e le donne.

Valerie Faris: Pensate che quando noi abbiamo iniziato a girare questo film, e durante la sua lavorazione, c’era la forte possibilità che una donna fosse eletta come presidente degli Stati Uniti. Eravamo molto ottimisti riguardo alla storia.

JD: Billie Jean è amica di Hilary Clinton, e speravamo di poter fare uno screening nella Casa Bianca per festeggiare la sua elezione, ma non fu così.

 

Perché scegliere proprio Billie Jean?

VF: La partita venne chiamata davvero la battaglia dei sessi dai media, quindi ci è parsa una cosa che fosse nell’aria ancora oggi. Billy Jean è una figura importante in America, per le donne, ma un po’ per tutti. C’erano documentari che parlavano di lei, ma nessun film che potesse davvero raggiungere il pubblico anche all’estero. Quindi abbiamo voluto raccontare la sua storia, non solo quella del match, ma la sua storia privata.

 

Tutta la ricostruzione degli anni ’70 tramite scenografia, acconciature, trucco, abiti… come avete fatto a farlo sembrare così reale e insieme anche così contemporaneo?

JD: Era importante che la storia fosse raccontata contestualizzandola, ma che fosse anche in un certo senso contemporanea. Non abbiamo perciò guardato indietro agli anni Settanta con nostalgia. Non abbiamo guardato solo la moda dell’epoca. Allo stesso tempo, era fondamentale essere autentici. Abbiamo cercato i corpi giusti, anche nelle comparse. Non vedi persone che hanno fatto ricorso a chirurgia plastica o che fanno troppo esercizio in palestra, quello è venuto dopo. Anche per la biancheria, abbiamo i reggiseni a triangolo, quelli del tempo, anche quando non si vedono, perché davano alle donne un look diverso. Per gli uomini li abbiamo scelti anche in base a basette e favoriti.

VF: E inoltre penso che per entrare nella psicologia degli anni Settanta, abbiamo fatto di tutto per entrare dentro i personaggi, vivere la loro esperienza. Li abbiamo guardati da distanza ravvicinata per entrare attraverso i loro occhi, in particolare in quelli di Billy Jean.

 

Si è letto qua e là che fra di voi ci sono state divergenze nel portare avanti questo progetto…

JD: A causa della complessità della storia, abbiamo dovuto parlare molto, soprattutto di come presentarla al pubblico. Ma credo che una delle ragioni per cui l’abbiamo realizzata è proprio perché noi lavoriamo essendo un uomo e una donna.

VF: Forse in questo modo possiamo bilanciare meglio il lavoro che facciamo. Siamo davvero molto alla pari, condividiamo ogni aspetto del nostro lavoro e credo che alla fine questo si veda.

 

Come avete scelto Emma Stone e Steve Carrell e come avete lavorato alla loro trasformazione?

VF: Sono stati i primi due e hanno preso parte al progetto sin da subito, devo dire. Emma in particolare ha dovuto lavorare molto sul suo aspetto fisico. Ha dovuto mettere su massa e acquisire molta più forza fisica. Credo che così abbia anche potuto capire molto meglio Billy Jean, entrando letteralmente nel suo corpo, il corpo di una sportiva. D’altro canto Emma è molto vicina alle posizioni di Billy Jean, al suo spirito. È generosa, le piacciono le persone, ha lo spirito giusto.

 

I due hanno ricevuto la stessa paga?

Certamente sì! (rispondono in coro)

 

E quanto spesso accade questo a Hollywood?

VF: Non abbastanza. Credo che ogni lavoro abbia questa differenza. Nello show business è così per tutti, anche per i registi.

JD: ma noi due prendiamo sempre la stessa paga.

 

Voi che ricordo avete di quel match?

JD: Mi ricordo che si parlava moltissimo di quella partita. Non la vidi perché ero un teenager e me ne stavo in giro. Ma Bobby fu in copertina di Time Magazine, il che all’epoca era qualcosa di davvero grosso. Credo che diventò anche più importante andando avanti con gli anni, poiché divenne un simbolo dell’uguaglianza tra i due sessi.

VF: Dato che Billy Jean vinse, divenne molto più famosa, continuò a lavorare anche in questo senso. Divenne una sorta di icona per le battaglie sull’uguaglianza e anche per quelle LGBT. Credo che ancora oggi sia una parte fondamentale della nostra storia.

JD: Nel 1973 nessuno sapeva che Billy Jean avesse una relazione con una donna, fu tutto completamente privato, e noi volevamo raccontare anche questo aspetto della sua vita privata.

 

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