Seven Sisters – I don’t like Mondays

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“Master of Life and Death”, in italiano Padrone della vita, padrone della morte. È il primo romanzo di Robert Silverberg, datato 1957, edito in Italia solo nel 1970 nella leggendaria collana Galassia, concorrente dell’altrettanto mitica Urania della Mondadori. Tutto questo quando la fantascienza era ben più di un genere letterario, piuttosto un laboratorio in cui creare il futuro dell’umanità, inventando tutto quello che un giorno, prima o poi, sarebbe diventato o diventerà realtà e di uso comune.

L’unico limite era la fantasia, oggi a quanto pare sono solo i soldi con cui sviluppare e sperimentare, per lo più in direzioni molto terrene, dato che la sulla Luna non ci si fa un picnic da un bel po’ e Marte sembra ancora un sogno lontano. Sempre sperando in Elon Musk, ovviamente.

Tornando al romanzo di Silverberg, la trama racconta di un mondo in cui non è concesso mettere al mondo più di un figlio e quelli giudicati in cattiva salute terminati, perché inutili in un mondo sovrappopolato. Tutto terribilmente simile What Happened to Monday, diretto dal norvegese Tommy Wirkola noto per il divertente dittico horror-nazi Dead Snow, nonché per il più che dimenticabile Hansel e Gretel: Witchunters; e scritto dalla coppia Max Botkin – Kerry Williamson, la seconda responsabile di quel gran pasticcio di Alex Cross, ovvero come ammazzare sul nascere una possibile franchise tratta da una serie di romanzi gialli di successo.

Qui di possibilità se ne danno tutti sette, quante sono le sorelle gemelle costrette a vivere un’unica vita per non essere prese dal crudele governo distopico di turno. Sette donne, sette diverse personalità, sette giorni in una settimana, facili da battezzare. Una situazione difficile da gestire, ma che funziona, finché Lunedì non sparisce. E tutto precipita.

Seven Sisters è un’idea ambiziosa, soprattutto in sede di scrittura.

Per il tratteggio psicologico delle sette sorelle, e di conseguenza anche per chi le deve interpretare. Il castello di carte è fragile e regge pochissimo, la ricerca della sorella scomparsa è poco più di un pretesto per trasformare il film in un action prevedibile, fino al classico confronto finale con il mad doctor a capo della dittatura. Tutto molto convenzionale e reso ancora più pesante dall’interpretazione di Noomi Rapace, a cui si chiede qualcosa che non è decisamente nelle sue corde. La prima Lisbeth si impegna, ma espressioni e sfumature sono troppo poche, in fondo quanto le colpe, se non quella dell’ambire a migliorare una sceneggiatura già problematica.

Alla fine della settimana resta il rimpianto di ciò che fu la fantascienza, un genere oggi sempre più difficile e che necessita autori e registi di ben altra caratura per far viaggiare lo spettatore nel mondo di domani.

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Alessandro De Simone

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