The Post: c’era una volta la verità

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Non credete a chi vi dirà qualcosa di diverso da quello che state per leggere. The Post è un film magnifico e straordinario, e ve lo dimostrerò. Se qualcuno dice il contrario o anche solo nutre qualche dubbio, semplicemente sbaglia.

Storia vera, quella di come il Washington Post pubblicò i Pentagon Papers, le migliaia di pagine di documenti che svelavano la reale entità del coinvolgimento americano in Vietnam. The Most Dangerous Man in America, così veniva considerato Daniel Ellsberg, l’uomo che mise insieme il corposo dossier. Era anche il titolo di un bel documentario di Judith Ehrlich e Rick Goldsmith, ed è una definizione che ben si adatta a Steven Spielberg. Perchè, oggi più che mai, un cineasta come lui deve essere considerato un sovversivo, alla stessa meravigliosa stregua dei Fuller, Peckinpah, Nicholas Ray, e naturalmente Ford, Lubitsch e Wilder, di cui è diretto discendente.

Lo ha sempre dimostrato, del resto, sin dall’inizio della sua carriera, di essere un rivoluzionario, e lo ha ribadito più e più volte, sempre confezionando il messaggio in maniera tale che potesse erodere l’ordine costituito dall’interno del sistema. Cambiando strategicamente pelle quasi subito, lasciando i protagonisti di Sugarland Express crivellati di colpi in automobile e preferendogli natura assassina, alieni e ragazzi volanti.

Spielberg ha sempre raccontato l’anima nera dell’America, e lo ha fatto con crudeltà, senza perdono nè pietà. Era così per E.T., in Hook, The Terminal, Minority Report e Prova a prendermi. E in tutto il resto suo cinema, compreso questo splendido esempio di cinema classico, una fusione di generi mirabolante nel suo perfetto equilibrio. The Post è un biopic, un pamphlet politico, una commedia, romantica e slapstick, un thriller e un dramma familiare, tutto sapientemente mescolato e cucinato con la maestria naturale di chi al cinema, nella sua forma più pura, da del tu per diritto di nascita. Ed è anche l’ideale prolungamento dello studio etico sulla storia americana cominciato con Lincoln.

Ci sono tutti i padri putativi di Spielberg in The Post. Hanks è una perfetta fusione della coppia per eccellenza, Lemmon – Matthau, ma si trasforma in un uomo tranquillo al cospetto della sua Maureen O’Hara quando con Meryl Streep fanno a gara a rubarsi la scena. Attorno a loro, il manuale del perfetto caratterista, con Bob Odenkirk che giganteggia su tutti. Perché è così che si fa il cinema, d’altronde. Così e dando lezioni di regia ai presunti Maestri contemporanei, che dovrebbero studiare per mesi la scena nel salotto di casa Hanks per provare a capire come si fa un piano sequenza narrativo, non onanistico.

Tutto questo per arrivare a una conclusione a cui era giunto alcuni fa Aaron Sorkin, ovvero che l’America non è il più grande paese del mondo. Lo era una volta, quando c’era qualcuno che raccontava ogni giorno la verità alla gente, anche a costo di dover andare di fronte a un giudice rischiando di perdere tutto.

Sempre tutto questo per ricordare a chi fa oggi il giornalista, e soprattutto l’editore, che non si tratta semplicemente di un lavoro. È una missione, una vocazione, una responsabilità enorme dalla quale ci si può sottrarre solo quando non hai davvero più niente. E quando si è arrivati a quel punto, l’unico pensiero fisso sarà sempre e soltanto quello di raccontare le cose per quello che sono. Perché così si costruisce la democrazia e un grande e giusto paese. Ma tutto questo non accade più.

Quindi sì, Steven Spielberg l’uomo più pericoloso d’America, lo dimostra d’altronde la mancata candidatura all’Oscar per la miglior regia per questo film incredibile. Perché nessuno ha voglia di dare un premio a chi ti sbatte in faccia la verità, dicendoti chiaro e tondo che non è un hashtag a fare la differenza, ma le azioni.

Quelle giuste, supportate da fatti verificati. Insomma, dalla verità.

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Alessandro De Simone

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