Conversazione con Jerzy Skolimowski

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Scoprire che Essential Killing, l’ultima fatica di Jerzy Skolimoski, era stata selezionata per il concorso di Venezia 67. non poteva che fare piacere, anche per permettere ai più giovani di scoprire questo poliedrico cineasta, nato artisticamente con Roman Polanski per cui scrisse Il coltello nell’acqua, primo lungometraggio del regista polacco. Alla Mostra di Venezia Essential Killing ha riscosso consensi e ha portato a casa il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi a Vincent Gallo. E guardando i film scritti, diretti o interpretati da Skolimoski mai ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte un uomo pacato, misurato, che seleziona bene ogni parola prima di pronunciarla…

Nel suo film è evidente la relazione tra un uomo e la natura che lo circonda…

Ha a che fare con la mia stessa vita. Ho lasciato la California e sono tornato a vivere in Polonia. Ho venduto la mia casa a Malibu e mi sono trasferito nella foresta, in una regione, la Mazuria, che in passato ha fatto parte della Germania e della Prussia. Ho comprato un edificio del Diciannovesimo Secolo, molto solido, probabilmente costruito dai tedeschi. È un posto molto remoto, non c’è civilizzazione intorno, eccetto una piccola e segreta pista d’atterraggio militare, a venti chilometri dal luogo in cui vivo. Quando ho comprato quella casa, mi sono detto: amo questo posto, voglio viverci e voglio anche girarci un film. È un’ottima formula, ma come posso trovare un soggetto per girare qui?

E alla fine come ha trovato la storia giusta?

Di sicuro volevo ambientare un film nella foresta, ma ero anche interessato al territorio militare e allo stesso tempo non volevo un soggetto politico, in nessun modo. Nell’inverno dello scorso anno stavo guidando per tornare a casa, la strada era ghiacciata, la mia auto ha slittato e stavo per finire fuori dalla carreggiata. In quel preciso istante ho avuto la folgorazione. I convogli militari quel giorno avevano percorso quella stessa strada, dal momento che avevano in corso molte operazioni. Inoltre la foresta è piena di animali selvatici: uccelli predatori, orsi ecc. La combinazione era perfetta, mi serviva solo un background per portare un uomo proprio lì.

Come mai non ha scelto di far produrre il suo film a Hollywood?

Ho passato più di diciassette anni a dipingere e basta. La pittura è la prima, vera grande passione della mia vita e non ho mai abbastanza tempo per farlo. Quindi ho dedicato gli ultimi anni a dipingere, ho fatto moltissime mostre, ho venduto i miei quadri a diversi musei e a collezionisti di tutto il mondo. Ora mi sento a posto, sono soddisfatto come pittore, quindi posso tornare a girare film. Ma vivendo in California ho potuto osservare l’industria, il modo in cui un film deve essere preparato, la connessione tra le persone, e non mi piaceva affatto quel sistema, non mi sono mai sentito parte di esso. Mi sono sempre detto che, se mai avessi ripreso a girare film, non sarebbe stato lì, che sarei tornato in Polonia.

Penso che lei abbia dipinto anche in questo film: luci, scelta dei colori, composizione dell’inquadratura… il suo film sembra un quadro in movimento.

Credo che in un certo senso ogni mio film lo sia, perché sono stato un pittore per tutta la vita, era inevitabile che portassi un po’ della mia estetica. Ma non tenderei a sovrastimare il fatto di essere sia un regista che un pittore, di certo utilizzo una maggiore fetta del mio cervello quando dipingo. Fa tutto parte di un processo psicologico che solo apparentemente è semplice. Un pittore svolge il suo lavoro in solitudine, preferibilmente in un posto in cui tutto ciò che lo circonda è in armonia con la sua ispirazione. Prende da solo le decisioni, ma si prende anche tutte le responsabilità. Dipinge ovunque voglia e qualunque soggetto voglia, a parte ovviamente quelli che dipingono solo per i soldi (ride). Un filmaker, per quanto possa essere un artista, è circondato da molte persone, rumori fastidiosi, sistemi produttivi, emozioni contrastanti, invidie e cattiverie, intrighi… è totalmente diverso, sia psicologicamente che fisicamente. A volte ti devi forzare di lavorare in un ambiente così, altre devi tirarti su dal letto alle cinque del mattino, guidare fino alla location, trovare la forza di motivare tutte quelle persone. Sono molto fortunato perché sono ancora abbastanza caparbio da voler fare tutto questo.

Come mai ha preferito Vincent Gallo a un attore islamico?

Vincent ha qualcosa di animalesco e non è un tipo che incanta il pubblico. Il personaggio non doveva certo essere affascinante… Volevo che fosse antipatetico a chiunque lo avesse visto e Vincent è capace di esserlo. Ho utilizzato la sua reputazione e mi sono detto, qualunque cosa accada, spero proprio che lui accetti.

È strano vedere un uomo solo che sfugge a tali forze armate…

Guardi, sappiamo tutti che le forze americane sono le più potenti del mondo, ma hanno davvero vinto le guerre? Vietnam, Iraq, Afganistan… è strano non crede? Forze militari così enormi e non sanno essere esecutivi, portare a termine le cose. Ma come ho già detto, sono l’ultima persona adatta a parlare di politica e voglio starne alla larga. In questo film ho dato il minimo indispensabile delle informazioni. Ho ambientato un po’ l’identità del protagonista, ma non sappiamo in effetti se lui è un terrorista. Potrebbe essere un uomo innocente, braccato, che si trova al posto spagliato nel momento sbagliato.

Lo mette anche nel bel mezzo di situazioni grottesche…

È una sorta di favola, anche se è parecchio macabra. Quelle situazioni sono decisamente volute. Se avessi provato a stare incollato al soggetto, sarebbe stato anche inutile. Come avreste potuto verificare la veridicità dei fatti raccontati? Se avessi inserito delle scene di waterboarding… Tutti sappiamo che è una tortura orribile, ma c’è qualcuno che sa precisamente come viene eseguita? Non c’è alcuna documentazione certa. Quindi potrei solo provare a mettere in scena la mia personale visione dello waterboarding, è tutto fantasia.

In seguito al suo film la Polonia ha confermato la presenza di basi nel suo territorio?

Non ancora. Solo la Lituania lo ha fatto. Ma ci sono dei comparti che indagano al riguardo, soprattutto sulle pratiche all’interno delle stesse basi. Esistono dei testimoni che hanno visto convogli e aeroplani, la gente vede e tutti aspettano una qualche reazione ufficiale dal governo, ma credo che siamo lontani.

È strano vedere Emmanuelle Seigner in un ruolo così breve…

Con lei e Roman siamo amici da moltissimi anni. E scherzavamo da tempo sul fatto che le avrai fatto interpretare un ruolo in un mio film. Sfortunatamente l’occasione si è presentata nel momento più brutto per Roman. Sono stato molto delicato quando la ho chiamata e le ho detto che avrei capito perfettamente se lei mi avesse detto di no, viste le circostanze. Ma lei ha insistito, ha voluto fortemente farlo.

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