John Hughes: la rivoluzione non russa

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Una camminata nel parco e il cuore che perde quell’ultimo colpo. Se n’è andato così John Hughes, un uomo che tante volte ha fatto sobbalzare il nostro di cuore, grazie alla forza emotiva del suo cinema sincero e intelligente. Cinquantanove anni, Hughes è stata una delle personalità più rappresentative del panorama cinematografico statunitense degli anni Ottanta, raccontando attraverso i suoi film apparentemente leggeri e a tratti scanzonati i dolori, le ansie e le paura di una generazione che sente la responsabilità di portarsi sulle spalle l’America di un’ipotetico futuro senza la presidenza Reagan o suoi surrogati. Non immaginando ovviamente che il futuro sarebbe stato anche peggio.

John Hughes, uno scrittore di successo

Nato nel 1950 a Lansing, Hughes inizia la sua carriera nel mondo dello show business nel 1979, scrivendo alcuni episodi per la serie televisiva Delta House e approcciandosi quindi immediatamente a quello che sarà poi il suo universo cinematografico fatto di High School e college. Anche il suo esordio nel cinema, sempre come sceneggiatore, con Riunione di classe lo vede scrivere di una nostalgica e divertente rimpatriata del liceo, ma saranno i due film successivi che lo faranno crescere nella considerazione dell’establishment hollywoodiano, Mr. Mamma, veicolo per lanciare un giovane Michael Keaton, e soprattutto National Lampoon’s Vacation, strepitoso successo di Harold Ramis che porta Chevy Chase a raccogliere il testimone del compianto John Belushi come massimo rappresentante del Saturady Night Live sul grande schermo.

Gli adolescenti meravigliosi di John Hughes

È il 1983 e l’anno dopo Hughes esordisce dietro la macchina da presa con Un compleanno da ricordare, meglio noto come Sixteen Candles, titolo ispirato alla famosa hit degli anni Cinquanta che nel film ascoltiamo in una favolosa versione degli Stray Cats. Il film è un buon successo al botteghino, grazie soprattutto all’ottima colonna sonora e al giovanissimo cast ricco di talento, da Molly Ringwald ad Anthony Michael Hall, fino a un eccezionale John Cusack nei panni del ragazzo più nerd della Terra. Ad una prima impressione, Sixteen Candles è una semplice commedia per ragazzi, meno sboccata di Porky’s, ma comunque non in stile Disney, una giusta via di mezzo che caratterizza tutto il cinema di Hughes, ma la cosa più importante è che già da questa prima regia possiamo vedere la grande sensibilità di questo cineasta. I ragazzi del cinema di Hughes sono tutti insicuri, indecisi, smarriti, alla ricerca di un’identità e di un sentiero di vita, non hanno punti di riferimento, la famiglia è spesso assente semplicemente perché ha altre cose a cui pensare. E soprattutto, hanno paura di essere incasellati in categorie predefinite e di non riuscire a fuggire dal personaggio che la società gli ha assegnato. Proprio da questa riflessione nasce Breakfast Club, microcosmo dell’America degli anni Ottanta che va ben oltre il concetto di Teen Movie ma che è in realtà un’opera rivoluzionaria, in cui le giovani speranze dell’America sovvertono l’ordine costituito dal preside reaganiano di una scuola di provincia. Lo sportivo, il disadattato, il ribelle, la ragazza upper class e la dark depressa, un insieme che si confronta, si capisce, si allea per vincere una piccola battaglia oggi che li preparerà al mondo che c’è la fuori, oltre le mura della scuola. Hughes regge il film su degli equilibri perfetti, delineando ogni personaggio con incredibile attenzione, dando a ognuno di loro una compiutezza nell’arco di novantasette minuti, accompagnando la loro sommossa con una colonna sonora eccezionale, cifra stilistica fondamentale di tutto il suo cinema.

Dopo l’intermezzo più leggero di La donna esplosiva, in cui scopriamo il talento di un giovane Robert Downey jr, Hughes scrive due sceneggiature meravigliose e fondamentali nella sua poetica, che decide però di non dirigere, lasciando il compito a Howard Deutch. Sono Pretty in Pink e Some Kind of Wonderful, due opere che ampliano il discorso aperto con Breakfast Club, declinandolo in termini anche drammatici, soprattutto nel secondo film, dove vengono affrontati temi anche molto delicati e controversi, sempre con una delicatezza e un’intelligenza rare nel cinema americano, soprattutto degli anni Ottanta.

Ferris Bueller, o anche il giovane John Hughes

Nel mentre, Hughes lavora alla creazione di un personaggio che sarà il protagonista del suo capolavoro, Una pazza giornata di vacanza, ovvero Ferris Bueller’s Day Off. Matthew Broderick, reduce dai successi di War Games e Ladyhawke, si trasforma in Ferris Bueller, intellettuale liceale tra Gatsby e Lenin che fa di una giornata di vacanza dalla noiosa routine scolastica un evento epocale, un momento di crescita per se e per i suoi compagni d’avventura, sfidando ovviamente l’ordine costituito e vincendo come solo un grande condottiero saprebbe. Ancora una volta un’opera sovversiva, che non a caso si chiude sulle note di una scatenata Twist and Shout di beatlesiana memoria, vero e proprio manifesto del cinema di Hughes che dopo Ferris Bueller decide che è arrivato il momento di far crescere questi adolescenti, soprattutto quelli che vedono i suoi film, e farli confrontare con la realtà. Inizia così la fortunata relazione artistica con John Candy che conta tre commedie di grande livello come Un biglietto in due, Io e zio Buck e Non è stata una vacanza… è stata una guerra, quest’ultimo diretto da Deutch, e soprattutto il planetario successo di Mamma… ho perso l’aereo, per la regia di Chris Columbus.

All’inizio degli anni Novanta Hughes decide evidentemente che la salvezza del suo paese deve partire da una generazione ancora precedente rispetto a quella che aveva cercato di svezzare nel precedente decennio. Pago di quello che aveva fatto fino a quel momento, John Hughes si dedica esclusivamente alla sceneggiatura negli ultimi anni quasi sempre con lo pseudonimo di Edmond Dantes, fino all’ultimo soggetto, quello di Drillbit Taylor, sviluppato insieme a un giovane talento della scrittura come Seth Rogen.

John Hughes è stato un autore a tutto tondo per il cinema americano, non capito e probabilmente volutamente incompreso, perché i messaggi che arrivavano dal suo cinema erano ben più duri di quello che solo apparentemente raccontavano quelle splendide commedie, film oltretutto capaci di raccontare una generazione come a nessun altro è riuscito negli ultimi venticinque anni, mantenendola viva insieme ai loro ideali, purtroppo sopiti, e alle loro speranze, inevitabilmente disilluse.

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Alessandro De Simone

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