C’era una volta in Messico, recensione del film

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Roberto Rodriguez ha fatto molti meno film di quanti ne conti il suo pingue curriculum. Ha in realtà girato un lungo romanzo per ragazzi dal titolo Spy Kids, diviso per comodità in tre parti, un paio di horror e una saga epica in cui vengono narrate le gesta di El, un mariachi destinato a seguire le orme di Zorro nel riparare i torti perpetrati dal gigante confinante.

Facile ironia a parte, C’era una volta in Messico sarebbe a tutti gli effetti il secondo remake di El Mariachi, solo molto più noioso e, paradossalmente, sconclusionato, nonostante qualche dollaro in più da investire.
Non bastano i grandi nomi, tra cui spicca la coppia Rourke-Dafoe, e le sperimentazioni in ripresa digitale, ma il peccato maggiore sta nell’aver sviluppato con troppa sufficienza l’interessante traccia politica che caratterizza tutta la seconda parte del film.

Banderas è sempre affascinante, Depp si ritaglia l’ennesimo ruolo inconsueto della sua carriera, sorta di incrocio tra i personaggi di Paura e delirio a Las Vegas e Prima che sia notte, la Salma è più viva che mai.

Non mancano le citazioni alle passioni cinefile di Rodriguez, chicche che ce lo fanno stare più simpatico, ma in questi casi non basta essere affabili.

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Alessandro De Simone

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