Confidence, la recensione

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Che si chiami stangata o mandrakata, il fascino della truffa continua ineluttabilmente ad ispirare gli sceneggiatori cinematografici di ogni dove. Portare sullo schermo un colpo gobbo fatto con destrezza e senza spargimento di sangue serve infatti a esorcizzare il desiderio di mettere realmente in pratica un’operazione che, quando fatta con la dovuta raffinatezza, assume i tratti dell’opera d’arte piuttosto che dell’atto criminoso.

Un sottile piacere che coinvolge inevitabilmente anche lo spettatore e che contribuisce al successo e al relativo rinnovarsi del genere.

In realtà Confidence di innovativo ha ben poco.

La struttura è in tutto e per tutto simile a La stangata, ma nonostante questa tensione a ciò che non si può, risulta essere un gioco divertente e ben confezionato. James Foley ci mette del suo, prediligendo i primi piani e l’utilizzo delle focali lunghe, alternando quindi l’indagine approfondita dei personaggi a un gioco voyeristico interessante e utilizzando il materiale umano a disposizione nel migliore dei modi.

Lo aiuta poco la sceneggiatura, in cui i ruoli sono tagliati con l’accetta e i dialoghi stereotipati, se escludiamo alcune battute tanto volgari quanto inevitabilmente divertenti, ma il grande carattere di Paul Giamatti e Andy Garcia toglie nella maggior parte dei casi dall’imbarazzo. Edward Burns esibisce la giusta faccia da schiaffi e Rachel Weisz è brava, seppur non troppo femme fatale. Peccato scoprire che anche Dustin Hoffman, come la maggior parte degli attori della sua gloriosa generazione, per quanto sempre grandissimo, stia cadendo nel gigionismo più estremo. Largo ai giovani? Va bene, ma ricordiamoci con chi abbiamo a che fare.

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Alessandro De Simone

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