Conversazione con Sydney Pollack

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Nel 2005 usciva quello che sarebbe stato l’ultimo film di finzione di Sydney Pollack, a cui avrebbe fatto seguito il magnifico documentario sul grande architetto Frank Gehry, Creatore di sogni, di fatto un prodotto per la televisione che sarebbe stato un delitto non vedere su grande schermo.

The Interpreter è un thriller del 2005, con protagonisti Sean Penn e Nicole Kidman, all’epoca probabilmente i due attori più richiesti e apprezzati di Hollywood. Sydney Pollack venne a Roma a presentare il film ed ebbi il privilegio di poterlo incontrare, in compagnia di Alberto Crespi, che è certamente la ragione per cui questa conversazione, incentrata sul film, sia diventata una straordinaria lezione di cinema da parte di uno dei più grandi cineasti americani.

The Interpreter era il quarto film di Pollack in dodici anni, a partire da Il socio, magnifica trasposizione del romanzo di John Grisham datata 1993. Non lo cito a caso, perché Pollack, come in seguito Francis Ford Coppola per L’uomo della pioggia, è riuscito a realizzare un film straordinario da un bestseller che molti avrebbero trattato in forma smaccatamente commerciale. Questo è uno dei segni di grandezza di un cineasta, a mio modesto parere. Era d’altronde quello che quasi sempre riusciva ad Alfred Hitchcock, e come Pollack, in quella straordinaria stagione che fu la Hollywood degli anni Settanta, ce ne furono altri, spesso anche troppo facilmente dimenticati, come Alan J. Pakula o George Roy Hill, tanto per fare due nomi.

Ritrovare questa intervista e poterla pubblicare è stato per me un grande piacere. E spero lo sia anche per voi lettori.

The Interpreter è un film estremamente classico. Quali sono state le difficoltà nel girare oggi un film che ha le sue radici nel cinema americano degli anni Settanta?

È difficile, questo non il momento migliore per fare un film come The Interpreter, sono stato fortunato per essere riuscito a farlo e anche perché il film è andato bene, non ha incassato centocinquanta milioni di dollari, ma ne ha incassati ottanta e lo stesso in Europa, anche se ancora non è uscito in Italia. Insomma, è andato abbastanza bene per non far arrabbiare né far pentire la produzione di averlo fatto. Avrebbero voluto di più, perché non è stato un film economico, è costato ciò che costano oggi i film costosi. La ringrazio moltissimo per aver usato il termine classico, che è diverso rispetto a vecchio stile. La differenza sta tutta in ciò che una persona preferisce vedere. Se lo consideri classico perché ha le sue radici nel cinema americano degli anni settanta, sono lusingato, parliamo di un periodo in cui si è fatto del cinema straordinario negli Stati Uniti. Non credo che qualcuno abbia capito, quando abbiamo iniziato a lavorare, che si trattasse di un film classico, ma piuttosto un thriller del nostro tempo. Inizialmente il film era molto diverso, mi ero innamorato del micromondo delle Nazioni Unite e della politica internazionale intrecciato con la storia di questa donna bianca  sudafricana con un passato da nascondere. Avevamo inventato questa storia e poi il film è venuto fuori, classico o vecchio stile, come preferisci chiamarlo.

Classico, senza ombra di dubbio. Quindi la storia di The Interpreter era molto diversa inizialmente rispetto a quello che poi è stato realizzato?

Sì, l’idea iniziale era che questa donna fosse in realtà una persona disturbata che si era inventata tutto, semplicemente una persona che fingeva di sapere che stessero organizzando un attentato. Non c’era alcun intrigo, la protagonista fingeva che ci sarebbe stato un attentato e alla fine della storia mi sentivo totalmente preso in giro. Ma non funzionava, prima di tutto perché non avresti mai avuto voglia di vedere il film due volte. Così ho iniziato a lavorare con gli sceneggiatori, ma ci siamo bloccati quasi subito, perché nel momento stesso in cui abbiamo creato un vero complotto con tanto di assassino tutto è diventato complicatissimo. Quando si scrive un thriller la cosa più difficile è la spiegazione dell’intreccio, perché nella maggior parte dei casi lo spettatore resta deluso. Ok, chi è l’assassino? È il maggiordomo, la cameriera, è quello che è, e io continuavo a ripetermi: chi è l’assassino? Era impossibile, non riuscivo a trovare qualcosa che non fosse troppo ovvio, stavo impazzendo. Devo essere sincero, uno dei primi sceneggiatori, uno dei più bravi, mollò quasi subito, perché non riusciva a uscire da questo problema. Poi è entrato un altro sceneggiatore, poi un altro e un altro, finché non siamo riusciti a trovare una vera sorpresa…

Senza dire quale, per non rovinare il film a chi ancora non lo ha visto…

Esatto, ma posso dire senza problemi che poi la cosa più complicata è stata come spiegarlo al pubblico. Sarebbe stato bello risolvere tutto con una scena risolutiva alla Colombo, dovevo chiamare Peter Falk e far spiegare tutto a lui. The Interpreter ha una struttura complicata, fatta di storie e di indizi che si intrecciano dall’inizio alla fine, le tracce sono disseminate per tutto il film è per capire quello che sta succedendo è sufficiente essere molto attenti, raccoglierli tutti, ricordarli al momento giusto e scatta la scintilla.

E infatti The Interpreter è un film che è meglio vedere due volte…

Senza dubbio! Ho dedicato davvero molto tempo alla stesura della sceneggiatura, circa nove mesi. Ho dovuto spostare di molto la data di inizio riprese, da settembre a marzo.

A proposito ancora della sceneggiatura, lei si è riferito al personaggio di Nicole Kidman come a una donna sudafricana, ma la nazione che è al centro dell’intrigo del film non è il Sudafrica, bensì è fittizia…

Sì, è intesa come uno stato dell’Africa del Sud, anche prima parlando del personaggio di Nicole avrei dovuto essere più preciso. Sarei incorso in molti problemi se avessi detto che si trattava dello Zimbabwe piuttosto che della Rhodesia o lo stesso Sudafrica. Io volevo comunque creare qualcosa che fosse il più possibile vicino alla realtà, dai personaggi che venivano sì da un luogo inventato, ma che avesse però anche una sua lingua, e allora abbiamo creato anche quella. Si tratta di un incrocio tra swaili e shona, quest’ultimo è il dialetto del Botswana e Nicole ha imparato apposta questo linguaggio per interpretare il suo personaggio.

Purtroppo il doppiaggio fa perdere l’accento boemo afrikaneer messo a punto da Nicole Kidman…

Questa storia del doppiaggio mi fa impazzire, che diavolo significa? Non riesco a vedere un film con qualcun altro che parla al posto di Sean Penn.

Oltretutto The Interpreter è un film che si basa proprio sul linguaggio…

Infatti, anche per questo ci sono voluti nove mesi per scrivere la sceneggiatura, perché abbiamo pesato ogni singola parola da inserire nel film. Purtroppo tutto questo non potrà essere apprezzato a causa del doppiaggio, ma immagino non ci sia altra maniera…

Sempre a proposito di linguaggio, l’inizio di The Interpreter ricorda moltissimo La conversazione di Francis Ford Coppola che era un altro modo di fare thriller negli anni Settanta, un periodo durante il quale anche lei girò dei grandi film di genere come Yakuza e I tre giorni del Condor. Quanto è più difficile fare un buon thriller oggi, soprattutto sapendo che ci sono tali precedenti con cui confrontarsi?

Prima di tutto hai perfettamente ragione a proposito de La conversazione, l’inizio di The Interpreter è chiaramente un omaggio al film di Coppola. Per quanto riguarda invece la difficoltà di girare un thriller oggi… beh, in realtà è sempre difficile fare un buon thriller. Consideriamo il cinema come se fosse un bersaglio: la parte più piccola del bersaglio, quella più difficile da colpire, è la commedia. La parte intorno alla commedia, un po’ più grande, è il thriller. Il bersaglio grosso è senz’altro il dramma. Se devi raccontare la storia di due innamorati che si lasciano, lo puoi fare in centocinquanta modi diversi: puoi farli ridere, ubriacare, picchiare, insultarsi a vicenda e ognuna di queste andrà bene. Se dovessi raccontare la stessa storia in forma di commedia sarebbe esattamente il contrario, perché esiste una sola maniera perfetta per raccontarla e se non la trovi allora viene fuori un disastro. Nel thriller esiste invece una disciplina perfetta che ti lega al tempo e al ritmo. Poi c’è il modo in cui devi rivelare le informazioni al pubblico che è importantissimo, è uno degli elementi che fa o non fa funzionare il film, perché è così che crei il sospetto nello spettatore. Un thriller cresce con il mistero e muore con la confusione. Quando tiri troppo la corda il pubblico si confonde, diventa impaziente e inizia a non seguire più l’intreccio e questa è una cosa difficilissima da giudicare e calcolare in fase di scrittura. Quindi devi costruire il thriller sul fatto che non vuoi che il pubblico sappia esattamente cosa sta succedendo, ma che provi piacere a non saperlo. Quello che non puoi fare è tirarla troppo per le lunghe, se non vuoi che lo spettatore a un certo punto si chieda “Ehi, ma che cazzo sta succedendo, chi diavolo è quel tizio?”, questo è l’errore più grande. Insomma, tutti i film sono difficili, ma ci sono molte più cose assolutamente necessarie per far funzionare un thriller o una commedia rispetto a una storia drammatica.

In questo senso The Interpreter è molto interessante come ritmo della narrazione e per le soluzioni di montaggio che le hanno permesso di superare il problema di raccontare la storia su piani temporali paralleli…

Una grossa parte di questo film è basata sulla struttura del montaggio. Porre la giusta enfasi nel ritmo dei tagli in determinati momenti per sottolineare quello che sta succedendo è fondamentale per la comprensione del film. In questo senso The Interpreter infrange le regole base del genere. Facciamo un esempio: quando Sean Penn interroga per la prima volta Nicole Kidman si tratta di una scena di otto pagine di dialogo con due persone che stanno semplicemente sedute. Tutti mi dicevano che era troppo lunga, non poteva funzionare, ma proviamo a riflettere sulla struttura del film: ci sono cinque grandi blocchi che vanno a formare l’intreccio e si tratta di cinque lunghe scene che prese tutte insieme già andrebbero a creare un film con un senso compiuto. Attorno a questi cinque blocchi è stato costruito il thriller, possiamo dire che lo abbiamo irrobustito, e in questo senso il lavoro di montaggio è stato importantissimo. La scena più importante è senz’altro quella della conversazione sull’autobus, perché hai quattro diverse situazioni che s’intrecciano e tutte devono poi incontrarsi nello stesso punto che è poi anche il culmine della scena. In questo senso è stata molto importante anche la colonna sonora, perché non è facile scrivere un commento musicale che riesca a mantenere la tensione per undici minuti, senza raggiungere troppo presto il climax. Ho chiesto questo a James Newton Howard, so che è stato difficile, ma avevo bisogno di qualcosa che mi desse il ritmo della scena e sono convinto che si integri talmente bene che non si faccia neanche caso alla musica.

Ci può parlare del suo montatore William Steinkamp?

William è il figlio di uno dei miei primi montatori, ha iniziato a lavorare in sala di montaggio quando aveva dodici o tredici anni, la prima cosa che ha fatto con me è stata una piccola scena de I tre giorni del Condor, quella montata con le fotografie mentre Robert Redford e Faye Dunaway fanno l’amore. Quindi l’ho usato come assistente di suo padre in molti film e nel frattempo ha iniziato a lavorare come montatore per altri film, è stato anche candidato all’Oscar per I favolosi Baker. Quando il padre si è ritirato, Bill è diventato il mio montatore di fiducia.

The Interpreter sembra anche un modo per lei di tornare in Africa molti anni dopo La mia Africa…

Sì, ho un po’ di nostalgia per quella terra, ma devo essere sincero, non è stata una mia idea l’Africa. È stato uno dei primi sceneggiatori, Charles Randolph, a creare l’ambientazione africana e io ero rimasto molto colpito da quella che poi è diventata la scena iniziale, quest’assassinio in uno stadio di calcio in mezzo al nulla in Africa. Poi Charles ha lasciato il film perché doveva scrivere un western per Martin Scorsese prodotto da Spielberg, un progetto che credo non si faccia nemmeno. Comunque sì, ho nostalgia dell’Africa, anche se in questo caso potremmo dire che sia stata lei a scegliere me.

Quindi The Interpreter potrebbe essere considerato, facendo il gioco di Hollywood che Altman aveva inventato per The Player, film in cui recitava anche lei e per molti versi un thriller geniale, un incrocio tra I tre giorni del Condor e La mia Africa…

Sì, diciamo che potrebbe essere considerato così, anche se sono rimasto un po’ seccato con la distribuzione americana per aver tirato fuori I tre giorni del Condor per la promozione di The Interpreter. Insomma, stiamo parlando di un film di trent’anni fa, i ragazzini che vanno al cinema oggi non erano neanche nati quando ho girato quel film, quindi non hanno la più pallida idea di cosa si stia parlando. Forse oggi la cosa è un po’ diversa, perché con il grande successo del DVD si riesce a recuperare un po’ tutto, ma comunque non mi ha fatto molto piacere.

A proposito del pubblico giovane, la presenza di Nicole Kidman e Sean Penn senz’altro ha aiutato ad avvicinare al film quel tipo di audience…

La cosa favolosa di questa cosa è che sono incredibilmente esotici l’uno con l’altra. Nicole ha lavorato con Jude Law e George Clooney, ma mai con Sean che non è esattamente l’attore che ti aspetteresti come protagonista di una storia romantica. Ma io non volevo una versione maschile di Nicole Kidman, perché questa è comunque una storia d’amore non convenzionale. Nella prima stesura andavano a letto insieme, s’innamoravano e io non riuscivo ad accettare la cosa. Continuavo a ripetermi che questi due non dovevano finire a letto, magari dopo, ma io volevo mantenere quest’attrazione basata sulla frizione tra queste due personalità che vivono con un pesante fardello e che riconoscono qualcosa di se stessi nell’altro. È stato un grande regalo per me avere questi due attori che hanno portato da soli il film nella direzione che desideravo.

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Alessandro De Simone

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