Munich

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Munich è l’ennesima riprova che non ci si deve meravigliare della facilità di Steven Spielberg nello sfornare grandi opere cinematografiche una dietro l’altra, con una frequenza da fare invidia al miglior Lucio Fulci del periodo d’oro.

Ad appena sei mesi dal grande successo de La guerra dei mondi, eccolo di nuovo in pista con un film completamente diverso e da tempo accuratamente progettato, così importante da indurlo a lasciar perdere un affresco più turistico che storico come la riduzione cinematografica di Memorie di una Geisha.

Anche Munich è tratto da un romanzo e racconta la storia, forse romanzata, forse attendibile, certamente accaduta, di come lo stato israeliano rispose alla terribile tragedia avvenuta durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, quando un commando di terroristi palestinesi prese in ostaggio e in seguito uccise undici componenti della squadra olimpica della Stella di David.

In seguito, il Mossad, il servizio segreto israeliano, istituì una squadra incaricata di uccidere i mandanti della strage, tutti personaggi di spicco della frangia armata dell’OLP denominata Settembre Nero.

Al di là del racconto, molto ben strutturato in fase di sceneggiatura, e della realizzazione tecnica, come sempre ineccepibile, la prima cosa che salta agli occhi è quanto questo film continui il discorso portante del cinema di Spielberg, da tempo ormai concentratosi, anche nelle sue opere più spettacolari, sulla capacità dell’uomo di poter vivere degnamente su questa Terra. Munich è un’ulteriore riflessione su questo tema, dolorosa perché personalissima quanto lo era Schinder’s List di cui potrebbe essere considerato il seguito, ma anche l’altro lato della medaglia. Spielberg, con grande franchezza e lucidità, addossa al governo israeliano delle responsabilità reali, senza giustificare la violenza palestinese, ma capendo la rabbia di chi si è trovato da un giorno all’altro derubato della propria casa, o almeno di qualcosa che ci assomigliava abbastanza. Proprio come il popolo ebraico aveva vagato per secoli senza la possibilità di poter avere la Terra Promessa.

Munich è un messaggio di devastante potenza.

Portato sullo schermo con una violenza fredda, ogni nemico ucciso è solo un numero e il dubbio, il rimorso, crescono lentamente fino a impadronirsi del protagonista, un giovane agente segreto plasmato dallo Stato.

Spielberg ci mette del suo meglio. La macchina è ancora una volta nervosa e spesso portata in spalla, come in Salvate il Soldato Ryan, con frequenti controluce e fuori fuoco, prediligendo le inquadrature in campo medio e lungo, così da poter descrivere con maggiore accuratezza la pianificazione delle singole azioni. Si nota quindi un grande lavoro di documentazione che lascia anche meno spazio a eventuali dubbi sull’attendibilità del romanzo, Vengeance di George Jonas, un argomento quest’ultimo sostenuto oltretutto da entrambe le fazioni, interesse che lascia pensare che ci sia del vero in quello che Jonas ha scritto.

 

Ma la cosa più importante è che Munich ci consegna per l’ennesima volta un autore capace ogni volta di stupire i suoi estimatori e di lasciare interdetti i suoi detrattori, sempre pronti a criticare la sua visione apparentemente favolistica della vita, salvo poi rendersi conto solo quando è assolutamente evidente che Spielberg di idilliaco racconta ben poco.

Ancora una volta sono la ferocia e la stupidità dell’essere umano a farla da padrone, proprio come in E.T. e Hook, due film che molti si ostinano a definire per bambini, amplificando il pessimismo cosmico di un artista che scopriamo essere sempre più legato alle sue origini culturali, un retaggio che gli crea però anche profondi contrasti interiori che in qualche maniera Munich sembra poter esorcizzare.

Munich è un film da vedere e rivedere

E da apprezzare anche per le interpretazioni, davvero efficaci, a partire da Eric Bana, sempre più convincente film dopo film, e proseguendo con Daniel Craig, futuro James Bond, e il regista e attore francese Mathieu Kassovitz che ripercorre in questo caso le orme di Francois Truffaut che lavorò per Spielberg in Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Insomma, ancora una volta il regista di Duel riflette su questioni enormi, morali, politiche, religiose, con la lucidità che aveva già contraddistinto film troppo facilmente liquidati da una critica che attende questo grande cineasta al varco dei suoi finali consolatori.

Ma cosa c’è di consolatorio in Prova a prendermi, ne La guerra dei mondi o in The Terminal? Niente, perché l’eroe non sconfigge il sistema, ma inizia a farne parte, nella speranza di poterlo mutare come ci riuscirebbe un virus. Ma la realtà è sempre un’altra, ben più triste: è il sistema che cambia l’uomo.

Munich è un film potente e importante

Paragonabile a Minority Report, ma più dickiano di quanto non lo fosse il film tratto dal grande romanziere di fantascienza, perché immerso in una realtà storica cupa quanto le visioni di quel grande artista di merda.

Forse anche Spielberg un giorno amerebbe sentirsi chiamare così.

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Alessandro De Simone

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