Terapia d’urto

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Terapia d’ urto: e se ne avessero tratto un film? Niente disprezzo e dopo la facile boutade la considerazione che purtroppo, per essere film Anger Management non avrebbe dovuto patire di uno scompenso strutturale irrimediabile, vale a dire lo squilibrio di potenzialità tra regia e cast.

Troppo netto il divario (anche di potere contrattuale) tra il duo Nicholson-Sandler con Turturro, John C.Reilly e Woody Harrelson a rincalzo, sontuoso in prospettiva ma anche ad alto rischio di delirio istrionico e il povero onesto impiegato mestierante Peter Segal, con all’attivo imprese del calibro de La famiglia del Professore matto o Una pallottola spuntata 33 e 1/3, l’ insulto finale.

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Perciò non ci si meravigli se, dopo appena un quarto d’ora di regia latitante per sussiego alle star, ciò che resta del film è il cumulo di macerie fumanti di un “Buddy Movie” tipico (psicolabile furioso e psicologo più alterato del paziente) in cui Nicholson e Sandler, con l’aiuto di Turturro, si aggirano senza freno, sfoggiando scampoli di gigionismo magari calcolato, ma non temperato e in cui soprattutto Nicholson sfoggia smorfie e facce degne dei più radicali studi fisiognomici di Leonardo, mettendosi quasi a paro del Carrey di Una settimana da Dio, che il suo blockbuster personale e senza regia, ha voluto almeno farselo e disfarselo da solo, senza collaborazioni attoriali esterne (tanto per questi talenti, messi i soldi da parte, Hollywood avrà sempre in serbo un Weir-Forman-P.T.Anderson-Payne-Sean Penn pronto ad offrire un nuovo ruolo della vita-maturità-vecchiaia-rinascita artistica).

Si potrà obiettare che l’importante è che si rida. Vero, in tanto pantagruelico spreco di talento, risate e momenti di sublime attoriale se ne vedono, ma il caos non è la dodecafonia e le intuizioni d’attore non si sedimentano mai in una interpretazione, fosse anche di un tipo o di una maschera e non di un carattere.Bisogna mantenersi all’ estasi dell’ involontario senza domande eversive del tipo “ma come sarebbe riuscito il film con la regia di…“. Qui manca il ritmo calcolato al millesimo della commedia e il caos (solo apparente) della farsa comica e del pastiche, né servono le strizzate d’ occhio a The game e alla vita come finzione dove tutto è falso, appicicate con lo scotch .

E soprattutto c’è troppo zucchero finale, laddove Anger Management in potenza necessitava di una spietatezza dolcissima, caratteristica soprastorica del comico, che portasse il riso a degradarsi, depravarsi nel ghigno per poi dare la stura alle riflessioni morali. Sarà per un’altra volta.

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