Che ne sarà di noi: piccoli talenti italiani crescono

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Silvio Muccino è un personaggio molto prezioso per il cinema italiano. È stato in fondo grazie a lui che il fratello Gabriele, regista di talento, è riuscito a fare quel saltino che gli ha permesso di farsi notare da un pubblico più vasto di quello che già aveva apprezzato Ecco fatto, opera prima piccola e da rivalutare.

Il soggetto di Come te nessuno mai era infatti fresco e sincero al punto giusto e la sua interpretazione, insieme a quella di Giuseppe Sanfelice, Giulia Steigerwalt e il resto del cast di quel gioiellino, hanno fatto la fortuna di quel film pieno di ritmo e movimenti di macchina.

Silvio però non è solo il fratello di Gabriele, ma anche un attore e sceneggiatore che ha voglia di camminare da solo nel difficile mondo del cinema italiano. Per questo ha accettato di recitare per Dario Argento, autore lontano dalla sua sensibilità, e per la stessa ragione ha voluto intraprendere un’avventura produttiva lontana dalla tranquilla casa felice della Fandango. Per molti più smaliziati di lui, l’impatto con Aurelio De Laurentiis sarebbe potuto essere traumatico, ma nel suo caso, beata incoscienza della gioventù, si è trattato di un intelligente banco di prova per la sua ulteriore crescita.

Che ne sarà di noi è in fondo un film non troppo diverso da “Come te nessuno mai”, in cui cambiano i turbamenti perché si cresce, e dall’ansia della prima volta si passa alla paura del futuro, affrontata in un viaggio che, come nella migliore tradizione italiana, è anche un tentativo di fuga.

Temi che ricorrono anche nel cinema mucciniano maggiore, ma che in questo caso risentono della mancanza di una regia adeguata. Giovanni Veronesi, infatti, non riesce a trovare le affinità elettive necessarie per rendere al meglio il giusto flusso emozionale della narrazione. Per dirla tutta, in troppi momenti le avventure estive di questi ragazzi sembrano essere solo interpretate da qualcuno che deve raccontare una storia non sua.

Un limite non indifferente che finisce inevitabilmente con il far risaltare dei buchi di sceneggiatura (alla cui stesura ha collaborato lo stesso Veronesi) che Muccino Sr. riusciva invece a coprire con la sua sensibilità e la sua maestria tecnica.

Cali di tensione narrativa che inficiano sul buon risultato finale, ma che non mettono in secondo piano la prova eccellente di tutti gli interpreti. Un elogio particolare va a Giuseppe Sanfelice, che con la sua spontaneità e semplicità lascia davvero disarmati, e a Elio Germano, che nel corso degli ultimi due anni ha dimostrato una versatilità, da Respiro a Liberi, fino al poco fortunato Ora o mai più, davvero non comune anche in presunti talenti ben più navigati di lui.

Aspettiamo Silvio Muccino alle sue prossime prove, soprattutto in veste di scrittore per il cinema, un mestiere in cui riesce davvero bene e di cui la nostra cinematografia ha un bisogno smodato.

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Alessandro De Simone

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