Festa del cinema di Roma, tutto molto interessante

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Festa del cinema di Roma, un nuovo corso, quello di Antonio Monda, che sta facendo dimenticare quanto di male è stato fatto negli anni passati. La selezione di quest’anno ha un programma notevole, per film, ospiti ed eventi, e l’organizzazione generale, per la stampa e per il pubblico, decisamente più funzionale e comoda. Soprattutto, è e sarà una festa, per la città e per il cinema, come è, ma sottolineiamolo per onestà intellettuale, con ben altre dimensioni e organizzazione, il BFI London Film Festival. The Cinema Show seguirà la Festa del cinema di Roma quest’anno, ma prima di iniziare voglio ricordare quanto accadde poco più di sei anni fa. A dimostrazione che le politiche culturali vanno portate avanti con il dialogo e la collaborazione, non con una assai vacua superbia che alla lunga si paga. 

18 maggio, 2012

Oggi ho proprio voglia di farmi qualche amico in più, anche senza andare a Bologna, come cantava una volta Riccardo Cocciante.

Ho osservato e osservo l’assurdo, e anche abbastanza ignobile, balletto sui destini del nuovo corso del Festival Internazionale del Film di Roma. Cambiate le date, che con grande arroganza e scuse sincere quanto quelle di Hannibal Lecter dopo aver fatto fare quattro salti in padella a qualcuno, vengono spostate in novembre con apertura il 9 e chiusura il 17, in perfetta sovrapposizione con lo storico, quello sì, cinquantatre gloriose edizioni, Festival dei Popoli, e ad appena sei giorni dall’inizio del Torino Film Festival.

Cosa vuoi che sia, direte voi? Tanto, prima di tutto per quanto riguarda la comunicazione. Roma andrebbe a occupare i già esigui spazi che i media dedicano alla cultura (sperando ce ne sia, ovviamente, nel corso del Festival), cannibalizzando l’eccellente evento fiorentino, mettendolo così in grave imbarazzo quando, rassegna stampa alla mano, dovrà andare da sponsor e istituzioni per raccogliere i fondi per le prossime edizioni.

Per quanto riguarda Torino, la questione è diversa. A Muller piace fare l’amore con il sapore, quello delle anteprime mondiali per l’esattezza, mentre la manifestazione sabauda ha da sempre prediletto una formula assurda: fare un programma ricco di bei film, anche non inediti assoluti. Sarebbero quindi pochi i titoli su cui Amelio e la sua truppa andrebbero a litigare con l’armata Marcoleone. Qui però entra in ballo un altro elemento, che non si può comprare neanche con tutti i soldi della Polverini e di Alemanno (cioè i nostri).

Lo stile è innato, non basta vestirsi da austero ed elegante pechinese per gettare fumo negli occhi. La mossa di Muller è evidentemente dettata dalla necessità di recuperare il tempo perduto con l’empasse da lui stesso creata per questioni contrattuali. E anche, allontanandosi da Venezia, con la speranza di raccattare titoli che non saranno comunque pronti per la Laguna, ma che con un po’ di buon deretano potrebbero esserlo per la folle data di novembre.

Folle, già, perché se qualcosa di interessante può avere quel baraccone infernale che è il Festival di Roma, è proprio l’opportunità di potersi posizionare in uno dei periodi più belli dell’anno, la famosa ottobrata romana. Il Villaggio Olimpico, a novembre, fatevelo dire da uno che ci ha vissuto trent’anni, è peggio di una location di Resident Evil.

Detto ciò, è molto semplice capire chi è che da tutto questo balletto ne esce con le ossa rotte. Non posso fare l’elenco, sono troppi, quindi sarò sintetico. Sono, guarda caso, quelli che non si vedono, che stanno dietro le quinte, che lavorano tutto l’anno, o anche solo parte dell’anno, per far funzionare i festival cinematografici. Chi lavora al Festival di Roma, al Torino Film Festival, alla Mostra del Cinema di Venezia, vengono e verranno visti da chi non conosce gli ingranaggi di queste macchine culturali, cioè la quasi totalità del Paese, come le ennesime persone che si mangiano i soldi dei contribuenti in un periodo in cui ci si potrebbero fare cose molto più utili.

Questa è la cosa davvero tragica: l’assoluto scollegamento dalla realtà di chi, per vanità o per attaccamento alla poltrona, non ha capito che con questa assurda pantomima ha inferto un altro colpo mortale alla politica culturale nel nostro paese, mortificando chi si dedica  a far sì che ancora ci sia un desiderio di conoscenza e una curiosità artistica, nonostante tutto.

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Alessandro De Simone

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