Pelle d’angelo

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Il passaggio alla regia da parte di un attore non era un tempo una cosa tanto comune. Fino a una ventina di anni fa era raro vedere un interprete che si volesse cimentare nell’avventura dietro la macchina da presa. Pensiamo a grandi nomi come Charles Laughton o Marlon Brando, entrambi con all’attivo un solo film diretto, peraltro straordinari, e potremmo fare un lungo elenco di attori che hanno limitato a pochi tentativi le loro curiosità creative.

I due personaggi che hanno certamente più di altri smosso le acque in questo senso sono stati senz’altro, più o meno a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, Clint Eastwood e Robert Redford. Ma mentre Clint, nonostante lo sfolgorante esordio di Brivido nella notte, ha dovuto aspettare più di vent’anni per essere considerato un autore, oltre che un cineasta stilisticamente raffinatissimo, Redford, grazie alla benevolenza dell’Academy nei confronti del suo primo film Gente comune, è riuscito a creare il mito dell’indipendenza a suon di statuette.

Il fascino del Biondo ha quindi contagiato un po’ tutti, provocando una specie di fuga dal ripostiglio di tutti quegli attori che sentivano il loro talento represso e limitato.

L’effetto Sundance si sta facendo sentire fortissimo anche in Francia negli ultimi tempi, se è vero che sia Sophie Marceau che Valeria Bruni Tedeschi si sono volute cimentare nella regia, e per non lasciare meriti e demeriti solo al gentil sesso le ha seguite nell’avventura anche il bravo Vincent Perez, idolo delle ragazzine e attore che ha spesso fatto del suo essere ecclettico la sua arma vincente, sopperendo così ad altre lacune incolpevolmente naturali.

Pelle d’angelo ha senz’altro molti elementi interessanti in vitro, a partire dalla particolare struttura della scrittura cinematografica, frastagliata ed ellittica, capace di raccontare solo l’essenziale, così come sono audaci alcuni movimenti di macchina e due o tre inquadrature ricercate e non banali. Si può sindacare sulla storia in sè, dato che la breve vita dell’angelicata fanciulla protagonista e il suo amore purissimo per l’alquanto viscido personaggio interpretato dal giovane Depardieu (a cui auguriamo ogni bene, vista la disgrazia che da poco lo ha reso privo di una gamba) sono sviluppati attraverso una serie di situazioni e di intrecci tanto forzati quanto poco interessanti, portando il film stancamente ad un finale che voleva essere esemplare, ma che risulta invece quasi grottesco. Ma tant’è, si vede anche di ben peggio in giro, preferiamo fare gli auguri a Vincent per la sua carriera, quella di attore, a cui ci auguriamo si voglia dedicare con rinnovato vigore dopo avere avuto l’ebbrezza di sentirsi anche lui Robert Redford.

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Alessandro De Simone

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