I fiumi di porpora 2

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Che la mania del sequel abbia invaso il mercato cinematografico americano è ormai indubbio, ma che questo virus contagi adesso anche il cinema europeo denota a dir poco una perdita d’identità. Non che non vi siano mai stati precedenti in questo senso, ma è significativo che dietro questa seconda pellicola ci sia Luc Besson, il cineasta francese che negli ultimi anni ha scimmiottato più di tutti il cinema d’oltreoceano. Besson firma la sceneggiatura di I fiumi di porpora 2 e, anche a non aver letto i titoli di testa, si capisce benissimo guardando il film che c’è il suo zampino.

Il sopravvalutatissimo regista d’oltralpe si cimenta ancora una volta con la materia religiosa, dopo la discutibile prova che ha dato con il suo Giovanna D’Arco. Tirando in ballo gli Angeli dell’Apocalisse però, anche se alla fine si tratta di un falso stile “Misteri e Affini”, sarebbe opportuno prendersi almeno la briga di leggere la Scrittura, così, tanto per documentarsi…

 

Nell’immaginario dello spettatore medio si tende a insufflare una certa iconografia orrorifica che comprende, insieme ai denti aguzzi e alle braccia irsute, anche le maschere egizie e le statue di divinità antiche, con scarso realismo e nessuna tolleranza. In tempi recenti la tendenza si è estesa anche a santini e crocifissi, visti ormai come simboli di un esoterismo buio e denso di implicazioni esaltate e paranormali. Così a Olivier Dahan basta mostrare un monaco, un crocifisso sotto la pioggia, dei ceri votivi per snocciolare un’atmosfera misteriosa da quattro soldi.

L’Apocalisse (o Libro della Rivelazione) fu scritto da Giovanni durante i suoi mesi di prigionia perché i cristiani erano perseguitati. Lo stile di scrittura ha fatto scuola, tanto che si parla di ‘stile apocalittico’ per indicare proprio quel metodo di narrare per immagini ed espressioni evocative e orrorifiche, uno stile che in un certo senso fu precursore di tanti racconti medievali e di raffigurazioni mostruose e terribili.

Ma ne I fiumi di porpora 2 non c’è traccia della terribilità divina.

Non esistono i segni, lo stesso Gesù dice che è stato aperto il Quinto Sigillo (“la preghiera dei martiri” e non “la resurrezione dei morti”) senza che in giro si sia visto alcun segno ad avvalorare la sua affermazione. Non solo quindi l’Apocalisse è tirata in ballo senza che ci sia presa la briga di leggerla, ma lo stesso titolo “I fiumi di porpora” viene a perdere quel significato che aveva nel primo film e serve solo da veicolo per richiamare gli spettatori incuriositi dal vedere come prosegue la storia di Niemans e Reda.

Il cast è alle prese con una successione di scene che si compie sotto i loro occhi (i detectives non riusciaranno a fermare nemmeno un omicidio), con una regia naif che ricorre ad effetti anni ‘70 senza sapere dove andare a parare, le scene d’azione sono involontariamente esilaranti all’inizio, ma poi si ripetono all’infinito suscitando solo tedio e sbadigli.

In tutto questo persino l’iconografia è sbagliata: il Libro di Dio redatto con caratteri a stampa e rilegato in pelle? Ma non lo sanno che gli ebrei scrivevano a mano su rotoli di pergamena?

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