The Manchurian Candidate: fantapolitica, poco fanta e molto politica

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Quando nel 1962 John Frankenheiner portò sullo schermo il romanzo di Richard Condon The Manchurian Candidate, l’impatto che ebbe sul pubblico fu davvero notevole, soprattutto per la presenza di una star di prima grandezza come Frank Sinatra in un film fantapolitico e neanche troppo vagamente sovversivo. Più di quarant’anni dopo il romanzo di Condon torna sul grande schermo, affidato alle abili mani di Jonathan Demme e, ovviamente, aggiornato e modernizzato.

The Manchurian Candidate oggi

La guerra non è più quella di Corea, ma la prima Desert Storm del 1991, dove troviamo il maggiore Bennett Marco, comandante di una squadra dell’esercito americano, impegnato in un’azione apparentemente di routine che si rivela però un’imboscata. Svenuto, Marco scopre al risveglio che la squadra è stata salvata dalle gesta eroiche del sergente Raymond Shaw, figlio di un senatore degli Stati Uniti e, fino a quel momento, vero e proprio zimbello dei suoi compagni. Due soldati sono caduti, ma Shaw diventa un eroe nazionale ed è pronto alla scalata verso le vette più alte della politica nazionale. Passano più di dieci anni e i sopravvissuti a quell’azione, oltre a ricordare gli eventi fornendo un resoconto standard, sono tutti affetti da incubi nei quali sono prigionieri e torturati da misteriosi personaggi, capitanati proprio dal sergente Shaw. Marco vuole saperne di più e inizia a indagare sul suo vecchio sergente, diventato adesso il candidato alla vice-presidenza degli Stati Uniti, grazie anche all’abilità politica di sua madre, la senatrice Eleonor Prentiss Shaw. Le indagini del maggiore proseguiranno tra mille ostacoli, fino a raggiungere la sconvolgente verità…

Jonathan Demme ha voluto fare di questo remake un’opera fortemente politicizzata che è uscita negli Stati Uniti in un periodo in cui le ideologie sono in lotta, vista l’imminente corsa alla Casa Bianca tra il presidente in carica George Bush Jr. e il candidato democratico John Kerry. Ma mettendo da parte le tematiche politiche del film, di cui ci ha parlato lo stesso Demme, è interessante analizzare le questioni squisitamente cinematografiche.

The Manchurian Candidate, un cast ricchissimo

Prima di tutto, è spiazzante vedere, nel ruolo che fu di Frank Sinatra, un Denzel Washington tormentato ed estremamente efficace nei panni del Maggiore Bennett Marco. Demme ha da sempre contaminato il suo cinema di connotazioni squisitamente ‘black’, una tendenza che si è ulteriormente accentuata dopo Beloved, tratto dal capolavoro della scrittrice afro-americana Toni Morrison. Washington si cala quindi in un personaggio assai diverso dai suoi ultimi, da Training Day fino al recentissimo Man on Fire, confermandosi come uno degli attori più versatili degli ultimi anni, seppur spesso accusato dalla comunità cinematografica nera di essere l’attore di colore più bianco della storia del cinema dopo Sidney Poitier.

Il suo rivale è Liev Schreiber, ovvero il senatore Raymond Shaw, ruolo originariamente coperto da Laurence Harvey (straordinario nella versione di Frankenheimer). Schreiber, dopo aver iniziato la carriera nel cinema indipendente americano in successi di nicchia come Hello, Denise e Parlando e sparlando, si è poi avvicinato al cinema mainstrem con parti da caratterista in grosse produzioni come Sfera, i tre Scream (era Cotton Weary, il presunto assassino della madre di Neve Campbell) e, soprattutto, Al vertice della tensione, quarto film tratto dai romanzi di Tom Clancy incentrati sul personaggio di Jack Ryan. Schreiber vestiva qui i panni, che già furono di Willem Dafoe, del mercenario John Clark. Liev Schreiber ha quindi l’occasione, grazie a questo ruolo da co-protagonista offertogli da Demme, di dimostrare il suo non poco talento. Oltretutto Schreiber e Washington hanno già avuto modo di lavorare insieme in Hurricane.

Ma per quanto efficace possa essere la coppia di contendenti, la vera mattatrice di The Manchurian Candidate è una strepitosa Meryl Streep. Dopo un periodo in cui la più grande attrice degli ultimi venticinque anni (tredici candidature all’Oscar con due statuette portate a casa) ha dovuto pagare il dazio di quell’età di mezzo che tanto poco piace ai produttori hollywoodiani, ora è iniziata la seconda giovinezza. La Streep è la spietata senatrice Eleonor Prentiss Shaw, madre di Raymond e abilissima burattinaia della politica interna al suo partito. Nessun accento polacco o training in fabbrica per entrare nel personaggio, solo una sana e genuina crudeltà che non fa rimpiangere Angela Lansbury che in Va e uccidi fornì una delle sue più grandi interpretazioni.

Il cast è completato da Jon Voight, un’altra vecchia volpe del cinema americano che da alcuni anni è uno dei caratteristi più richiesti dai grandi registi (vedi L’uomo della pioggia di Francis Coppola e Heat di Michael Mann), e da Bruno Ganz, attore tra i favoriti di Wim Wenders e che ben conosciamo anche in Italia. Voight è il senatore Thomas Jordan, ovvero colui che cerca di contrastare l’ascesa del giovane Shaw, mentre Ganz è Delp, un Lone Gunman che aiuterà Marco nelle sue indagini.

The Manchurian Candidate, parola d’ordine: continuità

Tra i produttori del film figura infatti Tina Sinatra, figlia di Frank, mentre Jonathan Demme non ha voluto fare a meno dei suoi più fidati collaboratori, per essere certo che la sua impronta autoriale fosse inconfondibile. Troviamo quindi Tak Fujimoto come direttore della fotografia, operatore di Demme per dodici volte, mentre altri affezionati sono anche i montatori Carol Littleton e Craig McKay e la scenografa Kristi Zea. Insomma, squadra che vince non si cambia.

The Manchurian Candidate non è un blockbuster

E l’accoglienza buona ma non eccezionale in patria lo conferma (circa 65 milioni di dollari l’incasso aggiornato al 26 settembre), ma rappresenta anche il ritorno di un genere, quello della fantapolitica, che da anni non vedevamo più al cinema e il grande successo che nello stesso periodo ha ottenuto The Bourne Supremacy è il segno che le storie di spionaggio e di intrighi di potere stanno prepotentemente tornando di moda. Non poteva essere altrimenti: come negli anni cinquanta la fantascienza d’autore aiutò a esorcizzare il pericolo rosso, anche oggi il cinema ci indica la strada per capire meglio ciò che succede su questa terra. Sempre sperando che le cose migliorino.

Making The Manchurian Candidate

Basta seguire poche semplici regole.

  • Togliere il sonno attraverso l’ipnosi e l’uso massiccio di farmaci al vostro candidato ideale, corredando il tutto da una serie di abusi fisici atti a piegare la sua volontà.
  • Riconfigurare la sua mappa genetica. Questo è già più complicato, ma non impossibile.
  • Impiantargli dei chip nel cervello che lo costringano, in seguito a determinati impulsi, a fare tutto quello che volete.

Come ci ha detto lo stesso Jonathan Demme:

“In The Manchurian Candidate abbiamo usato un mix di queste tre tecniche che sono però tutte esistenti e utilizzate, seppur in campi differenti. In particolare, gli impianti cerebrali cibernetici sono già da anni impiegati nella cura di gravi disfunzioni nervose.”

Michael Crichton, scrittore e medico, aveva già immaginato qualcosa di simile nel 1972 in The Terminal Man.

Ma la maggiore fonte d’ispirazione del film è stata senz’altro “The Search for the Manchurian Candidate”, un libro che, basandosi su documenti ufficiali, racconta dieci anni di esperimenti della CIA tesi a creare un killer perfetto. Il governo americano ha pagato decine di scienziati che a loro volta hanno trovato volontari che si sono sottoposti a ogni genere di esperimento. “Ma alla fine” ci dice sempre Demme “si sono accorti che era impossibile avere il controllo totale su un uomo, perché non si può imbrigliare il suo spirito. The Manchurian Candidate si basa proprio su questa incredibile conclusione”.

Per chi volesse saperne di più, “The Search for the Manchurian Candidate” di John Marks si può trovare on line al seguente indirizzo: http://www.druglibrary.org/schaffer/lsd/marks.htm

The Manchurian Candidate: dalla pagina allo schermo

The Manchurian Candidate è  tratto dall’omonimo romanzo di Richard Condon del 1959 e che fu pubblicato in Italia da Mondadori all’inizio degli anni Sessanta. Richard Condon è nato a New York nel 1915 e per oltre vent’anni lavora come ufficio stampa tra Walt Disney e Twentieth Century Fox. Il suo esordio letterario è del 1958 e porta il titolo di The Oldest Confession, a cui segue proprio The Manchurian Candidate. Visti i suoi stretti rapporti con l’industria cinematografica, tutti i romanzi di Condon sono stati trasposti sul grande schermo. Il primo con il titolo The Happy Thieves con la regia di George Marshall, e dopo The Manchurian Candidate anche A Talent for Loving e Winter Kills, anche questo basato sugli intrighi della politica americana. Il suo ultimo grande successo è stato L’onore dei Prizzi, diventato un bellissimo film di John Huston con Jack Nicholson e Kathleen Turner.

Richard Condon è morto a Dallas nel 1996.

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Alessandro De Simone

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