Stefano Accorsi: “L’amore ritrovato per il cinema”

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Venezia nel destino: da I piccolo maestri alla Coppa Volpi del 2001 per Un viaggio chiamato amore, fino alla partecipazione in giuria dell’anno scorso. Stefano Accorsi ricomincia dall’ultimo domicilio conosciuto, portando in Laguna due film, Ovunque sei di Michele Placido e L’amore ritrovato Carlo Mazzacurati. La storia di Mario e Giovanna: lui è sposato e lavora in banca, lei fa la manicure a Livorno ed è considerata una “facile”. Si conoscono in treno nel 1936, dando inizio un’appassionata relazione che andrà avanti fino dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non contento, Accorsi è già di nuovo impegnato sul set, ma siamo comunque riusciti a fare una chiacchierata con l’attore bolognese, proprio per parlare del nuovo film del regista di Notte italiana.

Stefano Accorsi, che fine ha fatto? Dopo questi due anni di assenza deve portare la giustificazione…

Ma sono giustificato, mi sono fatto del bene, per dirla col massimo della sintesi. Mi sono trovato in una di quelle situazioni in cui devi capire delle cose e quindi attraversi tutte le emozioni della vita. Alla fine mi sono sentito meglio, adesso sono galvanizzato dai progetti fatti finora e penso d’aver lavorato in bei film. In più, e può sembrare una battuta, ho studiato il francese perché non lo sapevo. E poi ho studiato me stesso.

Il viaggio chiamato amore continua con Carlo Mazzacurati e L’amore ritrovato. Come ha ritrovato il set dopo questa lunga lontananza?

Ritrovare il set è stato bello, anche se in realtà, subito prima del film con Carlo avevo girato Ovunque sei con Michele Placido. Ora lavorare è più piacevole, più divertente, sono più rilassato e questa è una cosa importante, perché se prima cercavo molto le emozioni, ora invece le lascio uscire, mi fido di più del mio istinto.

Una cosa importante quando si lavora con Mazzacurati, regista dalla grande sensibilità, e avendo come partner Maya Sansa, un’attrice che, come te, conta molto sul suo istinto…

Abbiamo trovato tutti e tre un’intesa perfetta, quasi telepatica. È stata una lavorazione fluida, un film che potremmo definire liquido, visto come le cose scorrevano con grande facilità. Ho sempre stimato moltissimo Carlo che già in passato avevo sfiorato e lo stesso vale per Maya, ma soprattutto L’amore ritrovato è uno di quei film in cui si devono creare delle alchimie per non farne una scatola vuota. Noi siamo riusciti a trovare quest’equilibrio e per questo credo che si tratti di un film molto bello.

Ci dica di più, allora, de L’amore ritrovato.

Il film è ambientato subito prima e subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1936 e nel 1945. Il mio personaggio, Mario, ha una coscienza diversa da quella di oggi, tempi in cui si fa grande attenzione a tutto, finendo talvolta con il fare degli errori per eccessiva scrupolosità. Una volta era diverso, questo ci ha permesso di raccontare una storia archetipica tra un uomo e una donna. Io interpreto un personaggio tranquillo, perfettamente integrato, con un buon lavoro in banca, sposato, con un bambino perché i figli bisogna farli, che manda avanti la famiglia, una persona appagata. Poi la moglie inizia a occuparsi più del bambino che di lui, ma la cosa non gli dispiace, perché non è così pazzamente innamorato di lei e questo gli permette di guardarsi intorno, incrociando gli occhi di Maya…

E che occhi…

E che occhi, porca miseria…

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