The Terminal: una vita in transito

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The Terminal racconta la disavventura di Viktor Navorski, un turista dell’Europa dell’Est a New York. Mentre è in volo per l’America il suo paese viene colpito da un colpo di Stato. Bloccato all’aeroporto Kennedy con un passaporto senza più valore, non ha l’autorizzazione a entrare negli Stati Uniti ed è costretto a passare i giorni e le notti nel terminal dei voli internazionali finché la guerra in patria non sarà finita. Ma i giorni diventano settimane e poi mesi…

Il cinema è ricco di luoghi, anzi, di non luoghi, dove attendere che qualcosa accada. In tempi recenti ricordiamo la sala d’aspetto della stazione degli autobus dove i due giovani protagonisti di Getting To Know You raccontavano le storie di un’America di provincia, oppure, in tempi un po’ più lontani, gli intrecci di International Airport, in cui un cast stellare portava avanti intrighi più o meno interessanti in attesa di prendere il volo per le rotte più disparate.

The Terminal comincia e continua in un aeroporto

Il nuovo film di Steven Spielberg è storia tanto assurda da essere vera. Quella di un pover’uomo rimasto tutto a un tratto senza un paese in cui tornare, e costretto da beghe burocratiche a restare nel terminal dei voli internazionali.

Uno spunto del genere non poteva non intrigare Spielberg, soprattutto se il soggetto iniziale da cui hanno tratto la sceneggiatura Sacha Gervasi e Jeff Nathanson portava la firma di Andrew Niccol, il geniale sceneggiatore di The Truman Show e in seguito anche regista di due film altrettanto inquietanti, Gattaca e S1m0ne.

Viktor Navorski, cittadino di un non meglio identificato paese dell’est europeo, è quindi prigioniero di un luogo che non esiste e rischia egli stesso di sparire, secondo quell’assurdo concetto per cui sei qualcuno solo se lo dice un foglio di carta.

L’attore perfetto per raccontare questa tragedia ridicola non poteva essere che Tom Hanks che con Spielberg aveva già lavorato in Salvate il soldato Ryan e in Prova a prendermi, un attore capace di passare nell’arco dello stesso film attraverso la più disparata gamma di emozioni. Una scelta perfetta, quindi, dato che Navorski passa dall’incredulità alla disperazione alla rassegnazione, cercando poi di crearsi un piccolo mondo all’interno del terminal, con nuovi amici e anche trovando forse l’amore, quello di una hostess bellissima, Amelia, ovvero la sempre più convincente Catherine Zeta-Jones, premio Oscar per Traffic di Steven Soderbergh che aveva già indirettamente lavorato con Spielberg per La maschera di Zorro, film prodotto dal regista.

La burocrazia è invece rappresentata da Frank Dixon, un agente dell’aeroporto che considera l’apolide Navorski una scheggia impazzita all’interno di un sistema che dovrebbe essere perfetto, un personaggio molto ben tratteggiato da Stanley Tucci (la frittata preparata e cucinata in piano sequenza in Big Night, da lui diretto e interpretato, è un piatto ancora prelibatissimo) che va così a completare il cast di grandi interpreti che Spielberg ha scelto per questa sua commedia agrodolce.

Il regista di Minority Report e Schindler’s List aveva dichiarato, dopo l’uscita di Prova a prendermi, di avere cominciato una nuova fase della sua carriera, molto più solare rispetto a quella cupa che aveva caratterizzato un po’ tutti i film compresi tra i due citati sopra.

The Terminal” ne è la riprova

Un film che sulla carta unisce l’inconfondibile tocco della commedia sofisticata americana, genere che ha fatto le fortune del cinema statunitense negli anni Cinquanta e Sessanta, e una riflessione assai amara sulle piccole follie del genere umano, su cui Spielberg non ha mai smesso di pensare.

Anche per questo, dopo The Terminal, il regista, che in questi ultimi anni si sta dedicando con rinnovato vigore alla regia, dopo aver passato alcuni anni a fare della Dreamworks, la casa di produzione da lui fondata assieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen, una delle potenze di Hollywood, ha deciso di raccontare la storia della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972.

Proprio perché la follia del genere umano può portare a imprigionare un uomo in un aeroporto per un cavillo, tanto quanto uccidere altri per delle idee.

Fabrizio De André, nella sua grande saggezza, non avrebbe considerato quest’ultima un’idea affascinante.

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Alessandro De Simone

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