Hellboy: all’Inferno e ritorno in ascensore

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Diciamolo chiaramente: la figura di Hellboy, per la maggior parte degli spettatori, è legata alla splendida visione che delineò a tratti decisi Guillermo Del Toro. Sono in pochi a conoscere i fumetti sul ragazzo infernale partorito dalla mente di Mike Mignola, perciò si ha un bel dire quando si sottolinea che questa versione, diretta da Neil Marshall, sia più aderente al fumetto. Che poi questa aderenza sia tutta da dimostrare cercheremo di spiegarlo di seguito. Ciò che proprio non ci va giù, da indefessi lettori di fumetti e inesorabili nerd di vecchio corso, è ciò che l’industria hollywoodiana ha fatto al cinecomic. Trent’anni dopo il Batman di Tim Burton che – amanti o no del film, va ammesso – cambiò radicalmente la percezione dei film tratti dalla Nona Arte, Hollywood e le grandi produzioni li hanno fatti tornare roba da ragazzini. Ragazzini stupidi, per giunta. Apoteosi di “spiegoni” e battute di bassa lega. E in questo caso, anche di sangue, budella, umori corporei e altre schifezze, che se avessimo voluto andare a vedere uno splatter, avremmo scelto un altro titolo.

Hellboy: cosa significa aderenza al fumetto

Non smetteremo mai di ripeterlo: essere fedeli a un testo significa tradirlo. Il libro, il fumetto, il film sono media diversi e pertanto rispondono a diversi linguaggi. Perciò proprio non ci va giù sentire che questo film cialtrone ed estremamente confusionario, tanto rumoroso da annoiare, è più aderente al fumetto di quelli di Del Toro. Noi con Del Toro abbiamo trovato il nostro ragazzone, interpretato alla grande da Ron Perlman (con una Selma Blair indimenticabile e un Doug Jones che non ha bisogno di elogi), pieno di autoironia e di turbe esistenziali, di amore e rabbia repressa, ricco di quelle sfumature di rosso che sono ben più di cinquanta.

Qui lo sceneggiatore Andrew Cosby, che all’attivo ha solo due serie TV, prende albi a fumetti sparsi e riscrive un capitolo della vita di Hellboy mescolando tantissimi elementi. Dalla Regina di Sangue a Ben Daimio, passando per Re Artù, Baba Yaga e Alice Monaghan, svecchiando Broom, rendendo sexy Lady Eden-Jones (che diventa Lady Hatton) e prendendosi libertà varie, vuoi per presunta maggior presa sul pubblico, vuoi per inserire un po’ di politicamente corretto in un cast multietnico. Altro elemento, il politicamente corretto a tutti i costi, che sta portando varie forme d’arte alla rovina.

Ma per uno che tutti questi albi non li ha letti, seguire il filo del racconto diventa troppo arduo, tra una scazzottata e l’altra, tra un compiaciuto primissimo piano su un mostro e quello di una strega. E della complessa e tormentata psicologia di Hellboy resta solo una quantità di ironia non sempre così nera, mentre David Harbour, aiutato ovviamente dal trucco prostatico, ha meno profondità di Zoolander quando si chiede “Chi sono mai?”.

Poche, superficiali tracce dei dilemmi esistenziali del nostro, anche se vengono tirati in ballo di continuo. Mai, nemmeno per un solo secondo, dubitiamo che non farà sempre e comunque la scelta giusta. Soprattutto di fronte a una Milla Jovovich monocorde come ai tempi del Quinto elemento.

E per favore: la fotografia così accesa, non solo ci fa rimpiagere i toni cupi alla Del Toro (che quello è gusto e pertanto sindacabile), ma mostra il trucco. Le corna di plastica preferiremmo non percepirle. Ode al buio.

PS: Le scene dopo i titoli sono due. E sto di gran lunga la parte migliore.

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