Friends, 15 anni senza i miei migliori amici

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Quindici anni fa è andato in onda l’ultimo episodio di Friends. Adesso, per allungare il brodo sull’altare delle insulse regole di scrittura dell’Infernet, dovrei farvi il pistolotto di spiegarvi trama, struttura, interpreti, dinamiche, tutto quanto necessario per raggiungere le fatidiche 300 parole e dare una giusta struttura SEO al tutto. Ma non lo farò.

Se non sapete cos’è Friends, non c’è niente che possa fare per voi

Se non dirvi di procurarvi e guardare tutte e dieci le stagioni. Alla fine la vostra vita sarà migliore, per tante ragioni. Lo fu per tutti quei ventenni che furono accompagnati da Chandler, Ross, Monica, Joey, Phoebe e Rachel in un periodo della vita in cui non si capisce fondamentalmente un cazzo, ma si è convinti di sapere tutto. E indovinate un po’: non è così. E lo realizzavi grazie a un piccolo aiuto dei tuoi amici.

Friends era una casa famiglia

Un luogo perfetto dove poteva accadere di tutto, senza mai però rompere quella perfetta armonia. Le cose si sarebbero comunque sistemate. Inutile stare a parlare di quanto sia stato fondamentale lo show per l’evoluzione della serialità in forma sitcom. In Friends la struttura della tripla coppia diventa una scienza perfetta, tutte le serie di maggiore successo negli anni successivi l’avrebbero adottata, basti pensare a The Big Bang Theory e soprattutto How I Met Your Mother.

Eppure, per quanto personaggio straordinario, Barney Stinson non sarà mai il mio primo pensiero quando ho bisogno di aiuto. I miei amici li trovo al Central Perk, posso andare lì a bere un caffè con loro e sentirmi meglio.

L’ultima stagione di Friends è arrivata in Italia con oltre un anno di ritardo rispetto alla messa in onda statunitense. Chi li seguiva dal primo giorno sapeva già tutto, il terrore dello spoiler è una malattia contemporanea. Quindici anni fa volevamo, dovevamo sapere. Proprio perché si era costretti ad aspettare, un’attesa che dava tutto un altro gusto alle cose. Il binge watching si poteva fare al massimo con i cofanetti DVD, Netflix esisteva, ma noleggiava videocassette per posta. Paradossalmente quell’anno di attesa fu terapeutico, servì a superare il trauma della perdita prima ancora che materialmente avvenisse.

E così fu. Salutare quella meravigliosa banda di sei folli amici fu una grande gioia, perché come diceva Jack Palance in Scappo dalla città, non sarebbe potuto essere più bello di così. Per noi fu il 4 luglio del 2005.

Per la storia della televisione, il 6 maggio del 2004 fu l’ultima volta che risuonarono in diretta le note di I’ll be There for You dei Rembrandts.

Grazie di tutto ragazzi. Solo un’ultima cosa: ma che lavoro fa Chandler?

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Alessandro De Simone

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