X-men: Dark Phoenix, o del risorgere dalle ceneri

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X-men: Dark Phoenix segna la fine di un viaggio, iniziato diciannove anni fa, quando Bryan Singer portò sugli schermi il primo episodio di quella che sarebbe diventata la saga più longeva dell’universo Marvel al cinema. E forse anche la più affascinante.

Dodici film, se comprendiamo anche i due Deadpool, sforzandosi molto. Meglio contarne dieci, in cui comprendere anche le avventure di Wolverine, a cui abbiamo già detto addio nel bellissimo e struggente Logan, western crepuscolare come non se ne vedevano da tempo. La saga della Fenice era già stata in parte surrogata in X-men 2 e X-men: conflitto finale, ma come troppo spesso accade nei comic movie, con taglia e cuci e riletture personali discutibili. Succede anche qui, sebbene ci sia una maggiore aderenza a molti degli elementi che caratterizzano il ciclo di Fenice e Jean Grey. Inutile andare nello specifico, se siete amanti degli X-men, di carta e di celluloide, sapete di cosa stiamo parlando, e apprezzerete il film. Se non ne avete la più pallida idea, l’intrattenimento può essere piacevole, ma ci capirete poco, e sarebbe un peccato.

Sarebbe come iniziare dall’ultimo capitolo di un libro molto complesso, non solo nella cronologia degli eventi, ma soprattutto per le molte implicazioni politiche e sociali che sono alla base della genesi stessa dei mutanti. Nati nel settembre 1963, gli X-men sono il grido di Stan Lee e Jack Kirby a favore dell’integrazione, e un omaggio a quello che sarebbe potuto essere il loro più grande fan, ma che sarebbe morto solo un paio di mesi dopo in una strada di Dallas. Non è un caso che in Giorni di un futuro passato, Magneto riveli all’amico Charles Xavier che non ha ucciso lui Kennedy, ma che stava cercando di salvarlo, perché era uno di loro.

Sarebbe bello se fosse davvero così, se da qualche parte ci fosse un supergruppo, possibilmente senza quelle tutine gialle, che combatte contro l’intolleranza e il go-go-go-governo, come Supergiovane. Ma no, Stan Lee non ha diretto le nostre vite, e anche per questo è un dispiacere salutare Jean, Bestia, Ciclope, Quicksilver, Raven e tutti gli X-men che in questi anni si sono dati il cambio. Dovrebbe essere solo un arrivederci, dato che prima o poi torneranno, mutati nuovamente, in tutti i sensi, nell’attesa fase IV (distruzione Terra, diceva Saul Bass nel suo unico, straordinario film da regista) del Marvel Cinematic Universe. Non sarà la stessa cosa, ma poco importa, anche di James Bond ne abbiamo avuti tanti, ma di 007 ce n’è solo uno.

Come di Wolverine. Solo che lui è davvero Hugh Jackman.

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Alessandro De Simone

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