The Breakfast Club: C’è un solo Brat Pack

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È venerdì al liceo di Shermer (Illinois) e i ragazzi progettano già il weekend, tanto sui banchi di scuola si torna solo fra tre giorni. Coraggio, perché la mente fantastica altrove dall’ordinario presente. Certo non si va troppo in là con l’immaginazione: al massimo è in programma qualche festa a casa di amici mentre i vecchi sono fuori città, ma chi può dirlo? Il futuro potrebbe riservare serate migliori, magari gite al lago a bordo di qualche fuoristrada, è solo questione di tempo. Tutti sono proiettati a sabato e all’agognato riposo dopo una faticosa settimana di studi. Tutti, tranne un pugno di ragazzacci (Adrew l’atleta, Claire la principessa, Bender il criminale, Brian il secchione, Ally la svitata) messi in punizione e tenuti sotto sorveglianza per otto ore a scrivere cosa pensano di essere in uno stupido tema. Cinque giovani che non si conoscono, costretti a trascorrere l’intera giornata nella biblioteca dell’istituto, senza poter mai mettere il naso fuori.

Le atmosfere di Breakfast Club sembrerebbero quelle degli odierni reality show con i concorrenti chiusi in una struttura priva di contatti con l’esterno. Negli anni Ottanta però il Grande Fratello ancora non aveva preso piede (se non nel ricordo delle pagine distopiche di George Orwell). Guardate un po’ le coincidenze: lo scrittore inglese narrava di un futuro lontano e lo collocava in un ambito temporale ben preciso (1984) lo stesso anno nel quale è ambientato il celebre cult movie di John Hughes. Buffo, non è vero? Ma torniamo alla nostra storia: dicevamo, nessuno sguardo è ammesso all’interno dell’istituto eccetto quello superbo e un tantino svagato del preside Richard Vernon, un personaggio simbolo degli States in epoca repubblicana.

Vernon è l’adulto osservato con severità dal regista il quale però, invece di condannarlo, lo relega nel limbo della mediocrità, cucendogli addosso il patetico costume del generale capace di riprendere le reclute solo sul campo. Dopotutto questa figura incarnava l’America reaganiana, una nazione preoccupata di stordire la rabbia giovane con l’etica del consumismo e della nostalgia. Famiglie con figli tirati su con una pacca sulla spalla e quel “Forza, campione!”, che illudeva le giovani generazioni a credere nelle parole dei padri senza incertezze perché il Paese non ammetteva perdenti.

Hughes interviene quasi da pedagogo con un cinema introspettivo ma leggero. Canta buon compleanno alla sua protagonista (una donna in un panorama esclusivamente maschile) con sedici candeline da spegnere, celebra i dolori (e le gioie) del giovane Ferris, plasma la donna dei sogni e soprattutto dipinge l’età inquieta in cui ognuno è suo modo un atleta, una principessa, un criminale, un secchione e una svitata. Nessuno prima di questo compianto cineasta aveva saputo cogliere con profondità il volto poetico e toccante dei protagonisti in cerca d’autore, fotografati in un momento irripetibile, poiché “Quando si cresce il tuo cuore muore”.

Hughes crede fermamente nel percorso educativo intrapreso e forse non a caso decide di rinchiudere i ragazzi nella biblioteca (il centro del sapere contro ogni forma d’ignoranza e rassegnazione). Secondo l’autore il risveglio è possibile solo attraverso l’unità. Così se all’inizio il bullo Bender se la prende con tutti per essere notato, nelle sequenze migliori della pellicola (prima del celebre psicodramma conclusivo) è lo stesso “criminale” a intonare un motivetto fischiettato dagli altri compagni disposti a conoscersi per la prima volta e a condividere una tragica penosa condizione comune. La battuta più scomoda il regista la lascia pronunciare al bidello Carl (John Capelos) quando, per ribattere le assurde tesi di Vernon, esclama “Se avessi sedici anni, cosa penseresti di te stesso?”, quasi a voler mettere alla berlina il comportamento del “superiore” dinanzi agli “indisciplinati” studenti.

Con questo film Hughes entra nell’olimpo dei giganti e, da bravo sceneggiatore e regista, sorprende per la sua straordinaria capacità di dirigere un gruppo di attori davvero affiatati (Molly Ringwald, Antony Michael Hall, Ally Sheedy, Emilio Estevez, Judd Nelson), unica e sola Brat Pack delle opere etichettate quali teenage movies. Pensare a un Breakfast Club oggi? Impossibile, anche se esempi recenti (l’ottimo Easy Girl di Will Gluck) hanno dimostrato di saper rileggere con intelligenza la lezione di Hughes. Quella stessa esperienza in questo 2011 sarebbe sottoposta agli sguardi indiscreti di telecamere piazzate ovunque. Le varie fasi della detenzione finirebbero su YouTube e magari a esse si accompagnerebbero commenti per social network.

Lasciamo perdere e diamo a Hughes quel che è di Hughes. Con Breakfast Club il genere ha subito una sorta di rivoluzione culturale (pensiamo alle tante serie televisive ispirate all’universo degli adolescenti) e grazie a lui i giovani con i loro problemi hanno ottenuto dignità e rispetto. E allora gettiamo tutti quel pugno in cielo in segno di vittoria e gridiamo con quanto fiato abbiamo in gola: Don’t you forget about him (hey, hey, hey, hey!). 

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