IT Capitolo 2: Della gran voglia di prendere voti

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La popolarità del romanzo di Stephen King IT è qualcosa che supera ogni descrizione. Una lucida sequela di paure archetipiche, classiche, sbattute in faccia al lettore indugiando su ogni particolare, descritto nel minimo dettaglio, come il King più prolisso ha sempre saputo fare, per ottenere un disarmante affresco dello spavento atavico. Ma non solo. Come Twin Peaks dopo e Peyton Place prima, IT è lo spaccato di una cittadina, Derry, e della sua piccola e torbida comunità. Del male che produce, dell’impossibilità di estirparlo. Come gli scarafaggi sotto il giardino all’inglese in Velluto Blu. Una comunità come tante, più piccole o più grandi. Come la nostra, come la tua. Per questo IT è tanto popolare, forse il più popolare tra i tanti titoli di Stephen King, facilmente detto “il Re dell’horror” con buona pace della fantasia.

Naturale che, fomentato dalla nuova onda nostalgica per tutto ciò che proviene dagli anni Ottanta, si sentisse il bisogno di portare questo romanzo al cinema. E se abbiamo analizzato già questo aspetto nel Capitolo 1, è on questo IT Capitolo 2 che ciò appare ancora più evidente. Ma questa nostalgia, fatta di audiocassette stampate ovunque, che sta rivalutando persino le VHS (forse il peggior supporto di sempre), di jeans a vita alta e che, per fortuna, per ora ci risparmia le spalline, è qualcosa di stilizzatissimo, distillato, quasi asettico. È una nostalgia che attinge più da Stranger Things che dalla presa visione di prodotti realmente risalenti a quell’epoca, e se oggi si nomina John Hughes a un ventenne che va a ballare alle serate disco ’80, raramente sa chi sia.

Ecco di cosa è il prodotto IT Capitolo 2

Di una posa, un sentimento popolare di pancia. Che subisce i difetti del romanzo e non fa nulla per aggirarli, anzi ne fa forse il suo punto di forza.

Già perché IT, il romanzo, è qualcosa di estremamente prolisso ed episodico. Ogni personaggio preso singolarmente, nelle sue visioni e paure, ognuno con il suo bel capitolo, che racconta cosa gli accade mentre gli altri non ci sono, mentre si ritrova solo con la sua mente e, nella seconda parte, con i suoi ricordi. La versione cinematografica (che ricordiamo essere l’unica, questo non è un remake) non se ne distacca. Anzi, esalta ancora di più questo schema. Uno schema piatto, che può essere letto in giornate differenti, che può facilmente essere trasposto in episodi di un serial, giacché ad ogni personaggio potrebbe venir dedicata una puntata. Tutti con lo stesso schema: piattezza preparatoria, nella lettura, a un climax che non arriverà. Perché, diciamolo, il ragno gigante era un’apoteosi che prendevamo in giro anche con la comitiva sul muretto, all’epoca, e negarlo oggi per darsi una posa è francamente ridicolo.

Con questo non stiamo certo affermando che Stephen King sia uno scrittore mediocre, ce ne guardiamo bene. Ma dichiarare che IT sia il suo capolavoro significa non rendere giustizia a molti altri suoi lavori, decisamente migliori, più maturi, meno prolissi e autocompiaciuti. Sempre e solo in nome della suddetta nostalgia. Dalla quale, sempre per chiarezza, anche chi scrive è affetta, ma non fino a questo punto.

IT Capitolo 2 è la trasposizione fedele di quanto raccontato

Con lo stesso schema, le stesse battute, rispettando ogni singola riga. Ancora una volta per accontentare il pubblico. Quel pubblico che si vanta sui social di aver letto un libro, che ne fa una religione tale da non capire che i due media sono diversi e che un libro sullo schermo va tradito per poter restarne fedele. Sarebbe bastato, ad esempio, un montaggio alternato fra i personaggi o la tanto dimenticata e preziosa sintesi, tanto per suggerire un paio tra gli innumerevoli espedienti che il linguaggio filmico offre.

Ma ci vorrebbe un regista con della personalità

Non certo Andy Muschietti. E uno sceneggiatore che abbia al suo attivo qualcosa in più rispetto ad Annabelle. Capace di sprecare un cast, per giunta, che racchiude talenti affermati a diversi livelli. Punta sull’odiosissimo jumpscare, sui denti aguzzi di Pennywise, ma poi i mostri sono talmente finti che nemmeno in TV li vediamo più così. E la paura non ce la portiamo a casa… proprio guardando un film tratto da un’opera che la paura la celebra.

IT Capitolo 2 è un buon prodotto nazional-popolare.

Che è identico al nostro politico più osannato: di pancia. Non parte con l’idea di donare un prodotto artistico, nasce dal basso, dal desiderio del pubblico, da ciò che “funziona”. Lo raccoglie, lo ammassa, lo analizza e lo restituisce alle persone esattamente come vogliono sentirselo raccontare: con una bella confezione. Del tutto asettica e troppo “pulitina” per chi gli anni Ottanta li ha vissuti. Per lo meno Pennywise è meno spaventoso nel primo approccio: da un’analisi del pubblico è risultato che nessun bambino si sarebbe avvicinato al pagliaccio com’era nel primo film…

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