Gemini Man, 20 minuti di anteprima nel futuro del cinema in sala

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Gemini Man (si dovrebbe pronunciare Geminai in inglese, ma atteniamoci al latino) è il nuovo action sci-fi di Ang Lee con Will Smith, specialista del genere. E fin qui tutto normale. Ma quello che all’apparenza è uno dei tanti blockbuster hollywoodiani, prodotto dall’esperto da Jerry Bruckheimer, necessita di un discorso più approfondito.

Lo spunto ce lo offre l’opportunità che ha avuto The Cinema Show, grazie a Twentieth Century Fox Italy, di vedere una ventina di minuti in anteprima del film, con annessa un’interessante intervista ai tre di cui sopra. Ma andiamo con ordine.

Gemini Man: Two Will Smith is megl’ che one

L’uomo già noto come il Fresh Prince di Bel Air è qui un killer al soldo di un’agenzia governativa, per la quale è però diventato scomodo. Per questo mandano un sicario per eliminarlo, e per essere sicuri che ci riesca, inviano lui stesso. Avvertenza: non stiamo parlando di Looper, il bel film di Rian Johnson con Bruce Willis e Joseph Gordon-Levitt. In quel caso si parlava di viaggi nel tempo. Qui invece siamo nel campo della clonazione. In parole povere, Willy deve guardarsi da un se stesso più giovane di venticinque anni. Si potrebbero fornire ulteriori particolari in cronaca, ma rovinerebbero le sorprese del film. Molto meglio spiegare perché Gemini Man potrebbe essere un film importantissimo per il futuro del cinema.

Le molte dimensioni di Ang Lee

Il cineasta taiwanese è uno di quelli con un curriculum di prim’ordine. Due Oscar per la migliore regia, a cui si aggiunge quello per La tigre e il dragone come miglior film straniero. Due Leoni d’oro a Venezia, per Brokeback Mountain e Lussuria, una quantità di nomination tra Academy e Golden Globe. Ma riconoscimenti a parte, una delle cose che si deve maggiormente riconoscere ad Ang Lee è la sua curiosità nei confronti delle nuove tecnologie. Per quanto fosse girato il più possibile con le tecniche classiche del wuxiapian, già ne La tigre e il dragone c’è un massiccio uso di inserti digitali. E dopo Sam Raimi, fu proprio Ang a prendere in mano un prodotto Marvel realizzando un film da molti sottovalutato come il primo Hulk, che meriterebbe oggi una rilettura più attenta.

Ma è da Vita di Pi (2012) in poi che la carriera di Ang Lee ha preso una nuova direzione.

La fascinazione per il 3D e l’alta definizione lo hanno portato a teorizzare nuove forme di visione, da una parte, e fruizione dall’altra. Billy Lynn: un giorno da eroe, oltre a essere uno dei suoi film migliori, è in tutto e per tutto un’opera sperimentale, a partire dalla sua invisibilità. In pochissimi, è sono tra questi fortunati, hanno potuto vederlo nel formato nativo, ovvero in 3D, 4K e a 120fps (fotogrammi per secondo). Tradotto: una nitidezza e fluidità dell’immagine praticamente reale.

Billy Lynn (Joe Alwyn) in TriStar Pictures’ BILLY LYNN’S LONG HALFTIME WALK.

Al di là dell’aspetto prettamente tecnologico, Billy Lynn introduce a una nuova forma cinematografica. La purezza dell’immagine è un elemento portante della trama, è come il giovane protagonista vede il mondo dopo essere tornato dal fronte, un eroe di guerra che è anche il solo a conoscere la verità. Il 3D viene sfruttato moltiplicando la profondità e l’ampiezza di campo, offrendo allo spettatore un’esperienza immersiva quasi totale, e senza bisogno di supporti ulteriori, leggi visori VR.

Gemini Man è una scommessa sul futuro della sala

Tutte cose che Ang Lee ha spiegato, con grande semplicità oltretutto, nell’intervista che ha accompagnato il footage in anteprima. Ma ancora più importante è stata una delle dichiarazioni di Jerry Bruckheimer.

“Vogliamo che il pubblico viva un’esperienza cinematografica straordinaria in sala”.

Al di là di tutte le giuste considerazioni e riflessioni sull’impatto delle piattaforme streaming sul futuro del cinema, questa affermazione ha un’importanza capitale. La sala è ancora centrale per l’industria cinematografica, soprattutto perché è l’unica maniera per godere al meglio delle nuove tecnologie.

Come, per esempio, quella che ha raddoppiato Will Smith, che ha recitato il ruolo di se stesso adulto e della sua giovane controparte, nel secondo caso grazie all’aiuto della performance capture. Il personaggio Junior è completamente digitale, ma l’interpretazione è reale. Non solo, Ang ha chiesto a Smith, nel più puro stile Renè Ferretti con Roberto Herlitzka in Boris, di dare meno, recitare male, insomma, buttarla via, un po’ alla cazzo di cane. Perché il Will Smith giovane non era un attore strutturato come può esserlo oggi. Anche in questo caso, un intelligente uso della tecnologia al servizio dell’opera, e viceversa.

Impossibile non pensare alle ulteriori implicazioni future del poter essere nuovamente giovane sullo schermo, e di cui da anni si dibatte. La vita di un attore potrebbe davvero allungarsi, moltiplicarsi, ma il condizionale è d’obbligo. Le star virtuali sono ancora lontane, oggi più che mai, perché un selfie con un mucchio di pixel, nella società social, vale zero. Lo star system vive e sopravvive da un secolo per lo stesso motivo per cui oggi Chiara Ferragni calca i red carpet di Cannes e Venezia. Perché tutti abbiamo bisogno di sognare di essere qualcun altro. In carne e ossa.

Gemini Man è un film su cui si dovrà riflettere

Non solo un prodotto popcorn da consumare. Il poterlo presentare a un pubblico più vasto rispetto a Billy Lynn nel suo formato ideale sarà un banco di prova e darà il metro della sua importanza come evento cinematografico. Per quello che abbiamo visto, è indubbio che si tratti di un film estremamente spettacolare, con un Will Smith in forma decisamente migliore rispetto alla sua sciagurata incursione Netflix (qualcuno ricorda Bright?) e un cast di contorno di valore, con Mary Elizabeth Winstead, Benedict Wong e un redivivo Clive Owen.

Data di uscita, 10 ottobre 2019 nelle sale italiane, in quasi contemporanea mondiale, giorno più giorno meno. Vedremo se il futuro della sala cinematografica passa veramente da Gemini Man.

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Alessandro De Simone

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