Le Mans ’66, James Mangold a Roma: “Non è un film sugli angeli”

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Le Mans ’66, la grande sfida, ovvero la storia dell’epica rincorsa della Ford in crisi di vendite alla più prestigiosa gara di endurance automobilistico del mondo, la 24 ore di Le Mans. Una sfida tra un colosso dell’automobile e gli artigiani di Maranello. L’albo d’oro della corsa ci racconta il finale, ma dato che anche la Storia sembra essere colpevole di sspoiler al giorno d’oggi, evitiamo di dire com’è andata a finire.

Protagonisti Matt Damon e Christian Bale, rispettivamente nei panni di Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente responsabile della scuderia Ford e pilota collaudatore della straordinaria GT40, una delle più belle automobili mai costruite. In cabina di regia James Mangold, che ha fatto un salto a Roma, che si potrebbe anche definire la tana del lupo, visto come ha tratteggiato Enzo Ferrari nel suo film. Il Drake ha le sembianze di Remo Girone, che ha affiancato il regista di Logan al tavolo della conferenza.

“Non amo molto gli sport motoristici” ha esordito Mangold.

“Li ho sempre trovati molto noiosi in televisione, e incredibilmente lenti, perchè si segue continuamente la macchina che alla fine sembra stare ferma. Per Le Mans ’66 invece volevo che lo spettatore fosse al centro dell’azione, nell’abitacolo con il pilota, al muretto dei box, che capisse perfettamente perché e come ogni decisione venisse presa. Per farlo ho pianificato moltissimo in fase di storyboard, perché avevo bisogno di un montaggio molto serrato e dovevo quindi avere a disposizione tutte le coperture e le inqudrature possibili per rendere le scene di corsa appassionanti.”

Protagonista una coppia di attori straordinaria,

“che conosco bene, con Christian avevo già lavorato in Quel treno per Yuma e Matt lo conosco credo dal ’97. Amano il loro mestiere, quello dell’attore, non della star, non hanno bisogno di molto sul set e sanno che per fareun film bisogna essere una squadra affiatata. Oltre loro avevo un gruppo di interpreti eccellente, uno dei migliori con cui abbia mai lavorato, compreso Remo, che è stata la mia prima scelta per il ruolo di Ferrari”.

Lo storico interprete de La Piovra, uno dei migliori attori italiani ringrazia.

“James è un regista che lavora molto bene con gli attori, mi ha insegnato tante cose sul set. La prima cosa di cui si accorge è se un attore sta recitando o è diventato il personaggio”. Girone ha lavorato molto in precedenza per trasformarsi in una leggenda dell’automobilismo. “Ho fatto un gran lavoro di documentazione, ho guardato foto, filmati, ho ascoltato registrazioni della voce di Enzo Ferrari, per cercare di rendere al meglio un grandissimo italiano”.

Le Mans ’66 è una strana versione dell’eterna battaglia tra Davide e Golia, ma questa volta a parti invertite, dato che il colosso da battere è in questo caso una piccola azienda artigiana della provincia italiana.

“Il film è una metafora su chiunque combatte in questo mondo, e mi sono certamente riconosciuto in Carrol e Ken, ma anche in Ferrari. Non servono solo i soldi per fare le macchine, devi anche convincere la gente che il tuo sogno si può avverare. Il nostro film è romantico, oggi le cose sono peggiorate, anche nello sport, proprio negli ani sessanta si iniziò a comprendere il valore promozionale delle competizioni sportive. E per il cinema è oggi lo stesso”.

Mangold non si tira indietro quando gli viene chiesto se non abbia fatto un ritratto troppo antisportivo della competizione, visti I sotterfugi di Shelby al box durante la gara.

“Non ho fatto un film su degli angioletti. Ho fatto le consuete ricerche e ho scoperto che ogni team cercava di fregare l’altro in tutti i modi, tattiche psicologiche che in una gara di endurance possono avere il loro peso. Come di Shelby nel film, non puoi comprare una vittoria a Le Mans, ma puoi pagare qualcuno per andarci vicino. E in ogni caso, le vittorie nelle tre edizioni successive al 1966 da parte della Ford hanno confermato che avevano costruito una macchina vincente”.

Automobile che è forse la vera protagonista del film.

“L’automobile è una delle grandi metafore della vita del XX secolo. Per questo è protagonista di tanti film, romanzi, canzoni. Ed è anche una maschera per ognuno di noi, quando siamo dietro al volante ci trasformiamo in persone completamente diverse”.

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Alessandro De Simone

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