Paradise Hills, la cura del malessere

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Paradise Hills, meravigliosa comunità di recupero per ragazze problematiche che non seguono le regole della società. Questa l’idea che Alice Waddington ha tirato fuori per il suo esordio nel lungometraggio, dopo avere vinto un carro di premi per il suo cortometraggio Disco Inferno.

Storia non complicata. In un futuro prossimo, in cui l’umanità è divisa in caste, la giovane Uma è promessa dalla madre al giovane e violento rampollo di una ricchissima famiglia. Uma è invece innamorata di un altro, povero ma bello. Per salvare la casa dalla rovina, la genitrice manda la figlia a Paradise Hills, per farle intraprendere un percorso che la riporti sulla corretta via. I metodi della Duchessa, signora del regno, si scoprono essere sin troppo drastici.

A dispetto del nome, Alice Waddington è spagnola, anzi, basca di Bilbao. Ventinovenne e ambiziosa, con un background, piuttosto limitato a dire il vero, da costumista, la giovane regista ha messo insieme una favola femminista che mescola molte suggestioni.

In Paradise Hills troviamo Il prigioniero e Biancaneve

Passando per La fuga di Logan, L’abominevole Dr. Phibes, La donna perfetta e varie altre cose, messe insieme con gusto barocco, prevedibili accadimenti e pure piuttosto alla rinfusa. Il tutto per dire che gli uomini sono il lupo cattivo e le donne, tutte Cappuccetto Rosso, devono allearsi per non essere sopraffatte e sovvertire l’ordine costituito. Niente di particolarmente originale, ed essendo l’argomento trattato in forma fiabesca, neanche troppo efficace, sin troppo semplificato e poco funzionale alla tesi portata avanti dalla Waddington.

Pur nel suo sfarzo, Paradise Hills è poca cosa

Con una regia acerba, uno stile visuale che pesca da quanto citato prima e molto altro, non ultimo dalle suggestioni visive di Tarsem, senza però averne l’impatto narrativo ed emozionale. Le protagoniste fanno quello che possono, nonostante un abbastanza evidente spaesamento collettivo, tipico di quando un attore non viene diretto da qualcuno con le idee chiare. Peccato, perché con a disposizione Emma Roberts, Awkwafina, Eiza Gonzalez e Milla Jovovich si poteva fare di ben meglio.

Paradise Hills, invece, è una bellissima confezione con un regalo deludente, imbrigliata dal suo voler essere la parabola femminista definitiva. Masenza fare troppa sociologia, è soprattutto un esercizio di stile mal riuscito.

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Alessandro De Simone

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