The Master (of nothing)

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Il rapporto che si crea tra due persone quando uno diventa il guru dell’altro è certamente un tema interessante da esplorare, e Paul Thomas Anderson lo fa praticamente in tutto il suo cinema. Da Boogie Nights, a Magnolia, fino all’estremizzazione de Il petroliere. Ora non maschera nemmeno più questo intento e addirittura intitola il suo film The Master, prediligendo il suo Philip Seymour Hoffman nel ruolo della guida.

Il suo cinema è da sempre di pregevole qualità, ma con gli anni la sua tecnica si è affinata (meno il dono della sintesi), il suo stile è cresciuto, la sua idea cinematografica si è andata precisando sempre più. Per questo ciò che è stato presentato alla 69. Mostra è un film per forza di cose magnifico dal punto di vista squisitamente stilistico.

A ciò si aggiunga un cast eccezionale, in cui Joaquin Phoenix giganteggia dalla prima all’ultima scena. Oltre alla sempre più brava Amy Adams, qui inquietante, anche nei costumi per lei scelti, e al solito Hoffman, che a dirla tutta inizia anche a ripetersi un po’.

Un vero peccato quindi che questo impianto solido manchi di un’idea originale, di solidità narrativa, di uno script degno dell’aspetto visivo, e soprattutto di coraggio. Il coraggio di andare fino in fondo nel raccontare ciò che si è iniziato.

Ma Anderson, come dicevamo, viene distratto dal rapporto guida-discepolo, e la quasi biografia molto romanzata del più noto cialtrone fondatore di una setta del nostro tempo prende presto tutt’altra piega. Prima viene infarcita di simboli al limite del didascalismo (il figlio che odia il padre leader, la donna dai capelli rossi gravida, che come da profezia di Aleister Crowley dovrebbe essere la simbolica vera madre di quella “chiesa”, i libri fondati sul niente, la nave, i viaggi), poi prende una deriva che sceglie la superficialità, non trovando nemmeno lo spazio per concentrarsi su altro. Come ad esempio il personaggio di Freddie Quell, lui sì davvero ben delineato all’inizio, e poi purtroppo troncato come questi mistici troncano la sua vita. L’interpretazione di Phoenix è l’elemento che fa resistere al tedio fino ai titoli di coda.

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