Easy Girl assolve prima di tutto a una funzione importantissima. Ci ricorda che il cinema di John Hughes è stato uno dei momenti più importanti della cinematografia americana degli anni Ottanta. Un’industria all’epoca addormentata dalla politica repubblicana, votata a un’egocentrismo che avrebbe portato in breve tempo al letale fenomeno dello yuppismo, giovani broker e yes men che avrebbero ucciso l’economia mondiale nei successivi trent’anni.
Hughes era invece uno che i giovani li voleva vedere a scuola a inseguire i propri sogni. D’amore soprattutto, ma anche di gloria. Dalla ragazzina di Sixteen Candles al trionfo rivoluzionario di Ferris Bueller nella sua pazza giornata di vacanza.
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Il regista di Breakfast Club e Bella in rosa ci ha lasciati poco meno di due anni fa. La sua eredità non è stata purtroppo raccolta, neanche da un cineasta come Chris Columbus che proprio con Hughes conobbe il successo planetario di Mamma, ho perso l’aereo.
Nei due decenni successivi agli Eighties, infatti, l’unico film davvero degno dello spirito di Mr. Bueller è stato La ragazza della porta accanto. Gioiello sottovalutato, con il merito oltretutto di far conoscere il grande talento di Emile Hirsch e Paul Dano. Un film molto più complesso della sua apparente forma di commedia giovanilistica, un vero e proprio spaccato sul mondo dell’educazione pubblica americana e sulla percezione di morale che viene trasmessa alle nuove generazioni da un paese sempre più conservatore.
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Easy Girl viaggia sugli stessi binari narrativi, anche in questo caso la scuola diventa microcosmo, nel quale vengono rappresentate diverse anime degli Stati Uniti post Bush, sempre più chiusi, retrogradi e pericolosamente bacchettoni.
La giovane Olive Pendergast è una ragazza timida, carina ma ignorata dai ragazzi del suo liceo. Finché, per riuscire a evitare un noioso week end in campeggio con una sua amica, non inventa la scusa di dover uscire con un ragazzo, proprio quando i genitori sono fuori città. Stuzzicata dall’idea di non essere più una verginella poco interessante, Olive non nega di avere fatto il grando salto con questo immaginario ragazzo, diventando ben presto uno scandalo per il suo liceo, dominato da inquietanti teocon molto preoccupati di non far arrabbiare Dio e molto meno di studiare.
La situazione sfugge di mano a Olive e prende una piega inaspettata, che neanche il miglior Nathaniel Hawtorne avrebbe immaginato.
Il film è diretto con mano sicura da Will Gluck
Vero appassionato del genere, e scritto ancora meglio dall’esordiente Bert Royal. Easy Girl è una delle sorprese più piacevoli di questa stagione, per la sua intelligenza e la delicatezza con cui tocca temi importantissimi relativi all’adolescenza, periodo tanto meraviglioso quanto traumatico. Royal riesce a equilibrare tutto, compresa la presenza degli adulti, malamente cresciuti e saldamente ancorati a una vita che li avvicini agli studenti e ai figli che li circondano.
Olive, novella Hesther Prynne, è il motore e la soluzione di tutto, grazie al buon senso derivato dalla gioiosa incoscienza della giovinezza. Emma Stone diventa di prepotenza la Molly Ringwald del Ventunesimo secolo. Spigliata, bravissima e bellissima, giovanissima ma già notevole, la Stone si confronta con suoi ben più navigati colleghi, Stanley Tucci, Thomas Hayden Church, Lisa Kudrow e Patricia Clarkson tenendo loro testa come una veterana.
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Easy Girl è davvero un piccolo gioiello
Memore di un genere purtroppo maltrattato dall’industria cinematografica. Il film di Gluck ha il merito in una sola sequenza di sintetizzare i desideri di un’età complicata alla perenne ricerca di un’identità. Purtroppo la nostra vita non l’ha scritta John Hughes. Ed è davvero una dura realtà da accettare.


