Carlo Verdone è ormai parte integrante della storia del cinema italiano. I suoi film sono stati spesso campioni d’incasso e hanno più di una volta raccontato l’Italia e gli italiani, attraverso la capacità innata dell’attore e regista romano di mettere alla berlina le piccolezze e le cialtronerie del nostro Belpaese. Sia nelle sue opere più macchiettistiche che nelle commedie più elaborate, vedi Compagni di scuola o Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Verdone è stato in grado di raccontare storie capaci di raggiungere un vasto pubblico. Una cosa che, seppur in forma differente sta cercando di fare in questa seconda fase della sua carriera, come lui stesso ama definirla, iniziata con Ma che colpa abbiamo noi e che continua con L’amore è eterno finché dura.
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Una seconda giovinezza artistica che porta il buon Carlo ad affrontare temi più intimi rispetto al passato, dal disagio esistenziale alla crisi della coppia, con una consapevolezza autoriale e una cura per la realizzazione artistica maggiore rispetto al passato. Segno di una raggiunta maturità stilistica e della voglia far confrontare il cineasta con la persona.
Tutto questo per dire che dopo ventisei anni passati a fare cinema, quest’uomo che abbiamo chiamato nel corso del tempo Manuel Fantoni, Oscar Pettinari o Gepi Fuksas, ci ispira un’innata simpatia che rende più difficile affermare che L’amore è eterno finché dura è un passo indietro rispetto al suo film precedente.
Caratterizzato da una particolare identificazione nel personaggio e dalla scelta inusuale di volere al suo fianco un’attrice solitamente abbonata a ruoli ben più drammatici come Laura Morante, il film soffre, come succede a un bambino asfissiato dall’amore della mamma. La cura quasi maniacale nella resa dei dialoghi toglie molta spontaneità e ritmo alla narrazione, rendendo prevedibili anche le situazioni comiche, e questo eccesso di costruzione si nota anche negli arredamenti, nei tagli di luce, in tutti quegli elementi che contribuiscono alla bella presenza del film, ma allo stesso tempo gli tolgono freschezza.
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Non si vuole certo vedere all’infinito Borotalco, ma se nel vecchio cinema di Verdone gli episodi e gli espedienti di sceneggiatura si amalgavano alla perfezione per dare all’opera una sua completezza, qui sembrano buttati a caso nella storia e, se ancora si può resistere all’immancabile intermezzo musical-ipocondriaco, lo stesso non si può dire con quello sessual-coatto con Elisabetta Rocchetti, il cui personaggio non ha alcun peso nell’economia del film e il cui totale azzeramento avrebbe giovato anche al risultato finale.
Per quanto riguarda il resto del cast, vedere Laura Morante che fa Laura Morante non è una novità, mentre Stefania Rocca non riesce a dare al suo personaggio il giusto spessore, anche a causa dell’inutilmente sovraffollato cast femminile.
L’amore è eterno finché dura è un film non riuscito, e va detto a malincuore.
Peccato, la prossima andrà meglio.


